Il burrone a sinistra

17 maggio 2015

Già lo scorso anno ho ammesso quassù di essere sollevato dal non votare, vista l’assenza di riferimenti politici vagamente condivisibili. In altri casi ho scritto qui le mie preferenze prima e i miei mal di pancia poi, vista l’inconfondibile capacità di schierarsi sempre dalla parte che perde. Che poi così a occhio per decenni era una capacità condivisa con chiunque votasse “a sinistra”.

Lo spazio alla sinistra di RenziOggi, a sentire Berlusconi, la sinistra (anzi: il comunismo, sigh) è al governo ed effettivamente l’esecutivo sta diventando un monocolore PD tra transfughi degli altri partiti e progressivo sfaldamento dell’opposizione; il punto è che definire il Partito Democratico “di sinistra” mi suona sempre meno credibile. Non penso l’unica a pensare sia così ed è sicuramente un bene per il partito stesso, in crescita.

Qualche giorno fa, all’indomani del voto in Gran Bretagna, ho visto questa vignetta e ho pensato che in effetti lo spazio a sinistra di Renzi e degli altri leader wannabe-laburisti europei, è sempre meno. Il che può essere sia un effetto dell’incapacità di governare da soli (tutti si sono cercati una stampella a destra, persino Tsipras), sia della mediocrità di chi finge opposizione.

Non ho dunque voti da esprimere alle imminenti elezioni regionali ma questo non fa decrescere la mia angoscia nel pensare di essere arrivato anch’io nell’ampia pletora di persone incapaci di esprimere una preferenza di voto sensata. La battuta che mi viene spesso fatta è “allora buttati tu in politica”; la risposta potrebbe essere “no, finirei nel burrone”.

FriendFeed mi manca

30 aprile 2015

Nelle stesse ore in cui moriva mia nonna, FriendFeed chiudeva i battenti per sempre. Qualche sera prima ero stato anche a una festa di addio in un locale a Milano: un’apparizione un po’ fugace, stretta tra l’arrivo da Sondrio e la ripartenza poche ore dopo per Bari. Comunque una bella occasione per vedere dal vivo un po’ di facce note della Rete italiana. Dico “della Rete” e non “di FriendFeed” perché in realtà di nuove persone tramite il social network ne ho conosciute pochine; eppure “il socialino” è servito a rafforzare alcuni legami con persone poi approfonditi altrove, o a scoprire nuovi aspetti di persone già incrociate su altre piattaforme. In fondo la Rete italiana iper-attiva è ancora piuttosto limitata.

Io un po’ ne sono uscito: per cause di forza maggiore (tempo libero al lumicino in primis), ma anche perché le storie dei primi anni 2000 (se ne ritrova qualche traccia anche nei primordi di questo blog) mi hanno segnato parecchio. Quindi non sono più l’utente iper-attivo che ero e questo ha fatto sì che su FriendFeed non brillassi per notorietà. Forse l’unico momento in cui avevo ottenuto una mia dimensione “pubblica” era stato nella seconda parte del 2009, nei mesi del riposo forzato dopo l’infortunio; poi alcune delle persone con cui amavo confrontarmi avevano abbandonato la nave e io ero rimasto, con un profilo più da lurker che da heavy user. Cosa di cui non mi sono dovuto pentire ora che è finita.

Da quelle parti il tempo dedicato al dialogo era una variabile fortissima per “affermarsi”, ma io non sentivo questa necessità. Ho conosciuto persone timide quanto me diventare leoni/leonesse in discussioni di super-nicchia, a volte piuttosto profonde ma anche parecchio accese. Ho visto quelle che ai tempi erano chiamate “blogstar” utilizzare per qualche tempo FriendFeed come terreno di confronto un po’ carbonaro rispetto ai confronti che avvenivano in pubblico su social network allora nascenti come Twitter. Ho notato un progressivo infittirsi di rapporti umani come raramente avevo visto su altre piattaforme: il real time delle discussioni sembrava adatto per scriversi quasi come parlarsi fitto fitto dal vivo.

Alcuni hanno definito FriendFeed una comunità virtuale, ma in realtà era un crocevia di comunità anche molto eterogenee. Nelle aree pubbliche e ancor più nelle “stanzette” private si svisceravano discussioni sui temi più disparati, flame war da manuale, confronti intellettuali serrati come non mi è mai capitato di vedere altrove. Il FOAF, cioè la possibilità di leggere contenuti pubblici commentati o “likati” dai propri contatti, era un motore indispensabile per scoprire ogni giorno nuove storie, nuovi spunti di confronto, nuovi punti di vista anche rispetto alle notizie “ufficiali”. Rispetto a Facebook, peraltro, non viziati da sciocchi allarmismi o qualunquismi di sorta: il livello della discussione era quasi sempre alto.

Sto raccogliendo in una paginetta qui sul blog i link ad alcuni articoli letti nelle ultime settimane, a partire dall’annuncio nei primi giorni di marzo fino agli epitaffi post-mortem. Mi piace pensare che tra qualche anno, quando questo blog parlerà di tutt’altro (?) e questo post sarà sommerso in mezzo a centinaia di altri, ci sia comunque un aggancio a un pezzetto importante della mia vita in rete, durato quasi 8 anni, che è comunque un tempo lungo viste le esperienze precedenti. Ora oltre ai miei blog e ai profili sterili tipo Facebook o LinkedIn, mi rimane il più a-social del social network, cioè Tumblr: speriamo che Yahoo! non lo spazzi via con un soffio o lo renda inutilizzabile, ci tengo a Pollicinor e ai suoi lettori.

Anche l’ultima nonna è morta

10 aprile 2015

Come già era accaduto l’anno scorso con suo marito, nemmeno stavolta sono riuscito a partecipare al funerale di mia nonna materna, scomparsa ieri notte.

Come già successo con l’altra nonna, ho vissuto i giorni della sua agonia a Tiriolo e poi son dovuto salire al nord perdendo il momento della sua morte “legale”.

Come era già avvenuto a lei, anche questa nonna è scomparsa intorno ad aprile, intorno a Pasqua, che sta diventando una festa di morte più che di resurrezione.

Come la morte di suo fratello quasi un paio di anni fa era coincisa con la nascita della figlia di mia cugina, la morte di mia nonna coincide con la nascita della sorellina.

Come sempre quando muore qualcuno, io non so veramente farmene una ragione: lo so che è naturale e non sono un bambino, ma sembra una cosa così assurda.

Come ogni volta che succede qualcosa di importante in famiglia, specie negativa, io non so che fare con la mia vita: troppo distante da casa, senza un grande motivo.

Di ritorno a Berbenno di Valtellina

31 marzo 2015

Ironia della sorte ha voluto che ieri io sia tornato a Berbenno di Valtellina come un anno fa, affrontando peraltro lo stesso patema d’animo su come raggiungerlo (per la cronaca l’anno scorso mi diedero un passaggio, oggi ho preso il taxi). Dopo quel 1° aprile ero tornato dal Prospect il 16 ottobre e poi lo scorso 13 marzo. Ma i miei teneri lettori diranno: chissenefrega? Provo a spiegare perché la faccenda sia di interesse (quasi) pubblico: fondamentalmente in tutte e quattro le occasioni ho ripetuto sempre la stessa poesiola. Questo non sarebbe una novità (fa un po’ parte della vita del venditore) se non fosse che oggi è venuto fuori che chi mi accompagnava aveva iniziato a dire le “sue” ancora prima prima, nei primi mesi del 2013.

Quindi vuol dire che dall’altra parte i manager in circa due anni non hanno ancora preso decisioni sul suo tema, né in un anno sul mio. E si tratta di temi piuttosto rilevanti: il mio impatta sui servizi “digital” del Cliente, il suo sulle interfacce di lavoro quotidiano dello staff commerciale. In entrambi i casi le piattaforme in uso hanno anni e anni e ne sono consci. Parlavo di un interesse (quasi) pubblico sulla faccenda perché stiamo parlando di una società che capitalizza 2 miliardi di Euro in Borsa, in cui i middle manager non prendono decisioni significative e si giustificano per il fatto che i budget di “innovazione” siano piuttosto limitati. E non stiamo certo parlando di innovazione “di frontiera”, ma di puro porting dalla preistoria ai giorni nostri.

Moltiplicate questo tipo di immobilismo per tutte le aziende italiane medio-grandi come questa e vi renderete conto dell’immobilismo dell’economia di primo piano; provate anche a immaginare un approccio simile per chi ha ancora meno risorse come le aziende medio-piccole e potrete rendervi conto di come difficilmente usciremo dal pantano con processi decisionali così lenti. A margine della riunione ci siamo guardati sconsolati dicendo che sì, magari dopo 2 anni è la volta buona, ma probabilmente il gigante partorirà il topolino: nel migliore dei casi si riuscirà a fare un mini-pezzettino di attività e poi speriamo in un bel progetto che mediamente dura un paio di anni. Quindi nel migliore dei casi saranno passati quattro anni dall’esigenza al “go live”.

Si dirà che lavoro in un settore di nicchia e non è detto che l’innovazione delle aziende passi solo dagli investimenti in piattaforme digitali; vero, ma pensate a ragionare allo stesso modo anche sui beni strumentali. Pensate se lo stesso approccio lo tiene un ristorante per rinnovare la cucina o il mobilio in sala; ancora peggio pensate a un’azienda industriale i cui manager non riescono a decidersi a investire nell’acquisire i nuovi macchinari o nella formazione dei dipendenti. Alla fine queste scelte (anzi, queste mancanze di scelte) sono quelle che ci hanno allegramente portato sul bordo del burrone negli scorsi anni; non bastano riforme del lavoro continue, servirebbe fare a tutti noi un bel lavaggio di testa. Perché vale come autocritica, come sempre.

Statistiche caserecce sul mio profilo Facebook

15 marzo 2015

Qualche giorno fa ho superato i 500 contatti su LinkedIn: considerando che sono un po’ schizzinoso nell’accettare richieste di contatto (penso ci sia sempre implicito un minimo di endorsement nel farlo) non sono pochi. Nonostante questo, se scorro la lista delle possibili persone con cui mettersi in contatto ne ri-scopro sempre. Cosa un po’ diversa da quanto avviene su Facebook. Mettiamola così: non è che i suggerimenti di Facebook siano sbagliati, ma una cosa è recuperare un vecchio contatto lavorativo confidando nell’antica stima reciproca, un’altra è crogiolarsi nel passato delle foto invecchiate dei propri compaesani o voler inserire come “amici” contatti dell’agenda professionale, con cui non c’è nemmeno il pur minino di confidenza, non dico amicizia.

Oggi in uno dei miei noiosissimi viaggi Milano-Sondrio, prima di passare a leggere un libro regalatomi da Eva, ho approfittato degli ultimi minuti di batteria del PC per fare un po’ di statistiche maccheroniche su chi siano gli attuali “amici” di Facebook. Già il fatto stesso di scorrere i circa 290 nomi è stato un esercizio interessante per rinfrescare la memoria e rivedere facce che nonostante questo “collegamento” in realtà poi non compaiono mai tra gli aggiornamenti del social network. Questa potrebbe essere una prima divisione di massima (arrotondando):

  • Persone conosciute in ambienti di formazione (scuola superiore, università, master vari): circa 80
  • Persone conosciute in ambito lavorativo (colleghi, clienti, collaboratori, parenti di colleghi): circa 120
  • Persone conosciute su Internet: circa 40
  • Parenti/parenti di parenti: una decina
  • Persone conosciute offline (esclusi i raggruppamenti precedenti): circa 40.

I “circa” sono dovuti al criterio non esattamente scientifico: sulla definizione di “parente” si potrebbe discutere e alcuni contatti incrociati in ambiente lavorativo poi sono diventati amici “veri” a furia di frequentarli su Internet; alcuni compagni di master sono diventati colleghi; tra le persone conosciute offline i compagni di scuola di elementari e medie, pochi quelli non di Tiriolo. La classificazione stessa peraltro dà ragione a Facebook: se quasi la metà dei contatti ha origine nel mondo lavorativo, può aver senso consigliarmi di aggiungere persone della stessa società o “rubate” dal mio smartphone. Forse un po’ più sorprendente che i contatti Internettari siano “appena” una quarantina; in questo la cernita costante probabilmente ha dato i suoi frutti.

Un numero interessante è quello degli stranieri: visto che sulla mia timeline sono frequentissimi, pensavo fossero tanti. In realtà sono una trentina, quindi più o meno uno su dieci. La maggior parte risalgono ai master a Torino e Nizza, che erano per loro natura fucine di amicizie internazionali. Molti di loro mi mancano un po’, ma come dicevo sono anche tra quelli che “leggo” di più. Il dato più sorprendente è forse quello delle relazioni tra italiani e stranieri: ne ho contate una quindicina, di cui la maggior parte con persone africane o giapponesi. Non saprei come interpretare questo 6%: sono quasi tutte persone sposate, la maggior parte sono uomini, molti (ma non tutti) condividono con me una certa timidezza, ma magari è una coincidenza.