Addio 2009 (finalmente)

31 dicembre 2009

Gli auguri per il 2010 di Roberto Grassilli

Se mi volto indietro, se ripenso a questi 31 anni di vita e a ciò che hanno lasciato sedimentare in me, non posso che sorridere rispetto ad alcuni ricordi importanti, divertenti o dolci. Posso anche deprimermi se provo a scavare in quelli più fastidiosi, ma raramente lo faccio: perché di ciò che fa male, nel lungo termine, rimane la sensazione di turbamento, più che il ricordo vivido. Meglio quindi concentrarsi su quei piccoli, grandi momenti che meritano di essere stampati nella memoria e riprodotti nei momenti in cui se ne sente il bisogno. Per stare bene, per stare meglio, per non stare male.

Certo, se guardo indietro solo di una manciata di mesi, i ricordi dolorosi spuntano fuori, eccome. La fine dell’amore a maggio, l’infortunio a luglio, i problemi di lavoro diluiti nel corso di quello che, a detta di molti, è stato il peggiore anno della nostra vita, professionale e non. Non voglio pensarci più, aspetto il 2010 come diversi tra i miei amici: come una sorta di incantesimo che spezzi la catena degli eventi che si sono accumulati e ci hanno fatto cadere più volte, magari proprio nei momenti in cui cercavamo di rialzarci. Tante ossa rotte e (nel mio caso) qualcuna anche in senso non figurato.

Tutto sommato, il sentiment del 2009 sulla Cuccia è stato tutto sommato più positivo rispetto agli altri anni. Fenomeno strano, ma fino a un certo punto: se nei primi anni di vita di questo blog la sensazione era quella di avere difficoltà rispetto ad un mondo che sprizzava entusiasmo da tutti i pori, negli ultimi mesi ho maturato la sensazione di essere relativamente fortunato, in un mondo che è letteralmente andato a rotoli. Tutto sommato ho tenuto con le unghie un lavoro in un mercato fatto di licenziamenti, tutto sommato quasi per miracolo ho rotto una spalla e non la schiena.

Aspettiamo l’incantesimo chiamato “2010″, quindi, partendo da una posizione di relativo ottimismo rispetto a un mondo di pessimisti, dopo un decennio di pessimismo in un mondo di ottimisti. Inizia un anno che cambierà un po’ le nostre vite, inizia un decennio che cambierà molto le nostre vite. Si tratta di una vertigine strana, affascinante, ma che non fa paura: sto vivendo la decade in cui la mia vita si ribalterà completamente, quasi in coincidenza con la decade in cui tutto il mondo dovrà darsi una bella svegliata e cambiare, il più radicalmente possibile ed il più velocemente possibile.

Percorsi tortuosi

13 dicembre 2009

Il mio saggio BlackBerry Storm ha una funzionalità chiamata Audioboost, che regola il funzionamento del terminale nelle situazioni in cui si cerca di alzare il volume oltre il livello in cui inizia a diventare dannoso per le orecchie. Un messaggio ti blocca quando tenti di spingere oltre tale soglia, poi ovviamente sei libero di farti del male. Nel chiasso metropolitano arrivo sempre al livello massimo, ma non forzo mai l’alert. A volte però questo non basta: quando sei veramente arrabbiato e vuoi isolarti del mondo, hai bisogno di basso e batteria ad un volume che sì, faccia male. Così nell’ultimo passaggio a casa dei miei ho recuperato l’iPod Shuffle, che storicamente ha avuto e continua ad avere un solo album sopra: L’Eclissi dei Subsonica. Musica a palla nelle orecchie, per chiudere gli occhi mentre sei nella folla.

Seguo il corso di Inglese allo Shenker ormai da diversi anni. Ho già scritto diffusamente in merito in altri lidi, qui sulla Cuccia mi sono sempre ripromesso un articolo ad hoc, ma trovo difficile esprimere pubblicamente un pensiero in merito che non suoni troppo cri(p)tico. Appunto perciò solo la sensazione che mi accompagna in giornate come queste: che io lo faccia “tanto per”, che io faccia un sacco di cose “tanto per”. Sostengo gli esami settimanali allo Shenker con ottimi risultati sullo scritto e mediocri risultati sull’orale, sebbene sia lì per esercitare soprattutto il secondo aspetto. Faccio l’esame, tiro un sospiro di sollievo e penso al successivo. Ripeto ad oltranza questa routine, per dieci “lezioni” l’anno. Sono curioso di sapere cosa succederà dopo il livello 100, ma mancano almeno 3 anni per scoprirlo.

Sto comprando casa a Milano. Su questo tema ovviamente tornerò diffusamente una volta che la cosa sarà formalizzata, chiara e e finalizzata. Si tratta di un buchino, la versione rinnovata (ci sono attualmente i muratori dentro) e potenziata (ci sono un angolo cucina da preparare e impianti appena rinnovati) della Reggggia di Padova. Come tutte la maggior parte delle case di Milano nei quartieri storici, anche questa è costosa e immersa in un palazzo su cui verranno avviati pesanti lavori di ristrutturazione. Immagino che nel giro di 5-6 anni il tutto possa diventare un grazioso monolocale in un palazzo storico di una via relativamente nota di Milano. Per ora è una stanza ancora da pitturare in un edificio con un secolo e mezzo sulle spalle. Non invidio chi dovrà portare i mobili al terzo piano, senza ascensore.

I pensierini sono slegati, è vero. Però hanno un filo rosso invisibile e contorto che scorre nella mia mente: vivo fondamentalmente di sponda. Faccio azioni imperscrutabili agli altri, che hanno risvolti attesi tra mesi, anni, decenni; che impattano sulla mia vita, non su quella degli altri. Non sono investimenti tanto/solo di denaro, quanto di tempo ed attenzione. Provocano tensione e tristezza, per questo ho bisogno di isolarmi dal mondo. Studio Inglese sperando in futuri paralleli che il presente allontana. Compro una microcasa a Milano in modo da poter finalmente pensare a dove comprare una casa vera, dall’altra parte dell’universo o quantomeno dell’Italia. Faccio cose, inseguo persone, disegno scenari. Mai una cosa lineare, però. Sempre percorsi tortuosi, per complicarsi la vita. Così, tanto per.

Torino e i compagni di scuola

29 novembre 2009

Pochi mesi dopo la fine del Liceo, durante le vacanze di Natale, reincontrai la maggior parte dei miei ex compagni in una casa al mare. Fu un incontro lacerante: cinque anni di diffidenza collettiva venivano confermati, dimostrando ancora volta che il “gruppo”, di fatto, non si era mai creato davvero. Non ci sono più stati incontri successivi a quello. Raramente ho avuto notizie di quelle persone, incontrandole per caso in giro per l’Italia o ritrovandone una manciata su Facebook. Probabilmente non c’era più molto da dirci, forse non c’era mai stato davvero nulla in comune.

Non ho più avuto grandi notizie dei miei compagni di Università: gente sveglia e simpatica, letteralmente sparpagliata per l’Europa. Anche in questo caso ogni tanto leggo le loro avventure su Facebook. Mi piacerebbe reincontrare alcuni di loro, anche perché ormai sono passati quasi dieci anni dai tempi in cui ci si frequentava di più (negli ultimi anni a Padova io ero molto più al lavoro a Venezia che in Facoltà). Qualcosa di simile vale anche per i colleghi del Master di Nizza, che però sono ancora più lontani, vista la loro provenienza eterogenea, da tutti i continenti.

Dei colleghi dell’MBA di Torino, invece, ho qualche notizia in più. Sono connesso con molti di loro su Linkedin e Facebook, qualcuno fa anche il consulente ed è o è stato nel mio Gruppo. Alcuni sono spariti dalla circolazione, ma direi non si tratta di grandi perdite: quelli più interessanti sono a portata di clic, qualcuno legge La Cuccia. Proprio per questo motivo, quando qualcuno di loro ha tirato fuori l’idea di reicontrarci “6 anni dopo”, ho aderito con entusiasmo e curiosità. Ricordavo delle persone amiche ed ho ritrovato delle persone amiche.

Stasera ho passato una bella cena con una decina di loro. Mancava qualche persona cui voglio particolarmente bene, come Treccia, ma ce n’erano due-tre con cui ancora oggi mi trovo in grande sintonia. Ho ascoltato le loro storie, ho accennato alle mie vicende lavorative ma soprattutto ho raccontato del mio incidente di luglio. Ho trovato empatia e solidarietà, com’era ai tempi del Master. Siamo tutti un po’ invecchiati, ma i nostri visi e le nostre visioni del mondo sembrano quelle di allora. Sei anni non sono pochi, anche se pochi hanno avuto grandi evoluzioni.

Sulla strada del ritorno, pensavo che se fossi rimasto a vivere qui a Torino, sarei riuscito a mantenere i rapporti con queste persone, far crescere sempre più i nostri rapporti consolidandoli in amicizie utili per combattere quel senso di sradicamento che è ormai parte della mia vita. Il mio amore per questa città è cosa nota, quello che forse sfugge a molti è che il mio non è un capriccio: da quando sono arrivato a Milano sono sempre stato solo, quando ho lasciato Torino ho perso molti degli amici con cui avevo passato alcuni degli anni migliori della mia vita.

Mi dispiace che sulla Cuccia non siano rimaste grandi tracce di quel periodo, ma come ho già scritto in passato questo dipende anche dal fatto che la mia vita era diversa, a cavallo tra la disintossicazione del periodo dei forum e prima della mai troppo travolgente passione per la blogosfera. Stasera ho avuto un assaggio di come sarebbe stata la mia vita se avessi preso scelte personali e professionali diverse. È andata diversamente, andrà diversamente. Aspetto con curiosità gli anni che verranno, sperando di tornare ogni tanto in questo angolo di cuore chiamato Torino.

Risorse Umane in saldo

13 novembre 2009

Se c’è una cosa che ho imparato da quando, a fine 2004, ho iniziato ad occuparmi principalmente di Risorse Umane, è che le aziende non provano gusto a licenziare i dipendenti competenti. Sembrerà ovvio ad alcuni e poco credibile agli altri: i primi intuiranno il valore intrinseco che ogni dipendente accumula nel corso della propria esperienza nella società; i secondi inizieranno a sciorinare i luoghi comuni sul fatto che le società tagliano il Personale invece delle spese sciocche etcetera etcetera.

Ogni Manager intelligente non può che disperarsi quando deve lasciare a casa una risorsa valida. Che sia uno stagista, un collaboratore a progetto o un signore di mezza età, sarà prezioso non solo in termini di competenze maturate, ma anche di valore quotidiano regalato quotidianamente ai colleghi. L’introduzione del superbonus per le persone a fine carriera (ed il relativo ampio utilizzo) è l’esempio più chiaro per dimostrare come a volte sia davvero difficile interrompere il rapporto di lavoro con chi vale.

La cosa più triste del 2009, nel mondo aziendale, è stato appunto il fatto che i Manager di cui sopra hanno dovuto tagliare più rapporti di quando si potesse anche solo immaginare ad inizio crisi. Nell’autunno del 2008 si parlava infatti di fabbriche a rischio chiusura e di decine società sull’orlo del fallimento: la realtà 2009 è stata sì fatta parzialmente da questi fenomeni, ma anche e soprattutto di aziende “normali” che non hanno licenziato nessuno, ma hanno pesantemente inciso sui contratti temporanei.

Via i contratti a progetto, trattenuti solo sino ad esaurimento i lavoratori in apprendistato, addio agli interinali. Qualcuno ha rispolverato la formula dello stage per cercare di mantenere un presidio dei canali di selezione pur mantenendo bassi i costi di gestione del rapporto. Altri hanno iniziato a cercare un compromesso con chi rischiava il posto: non è un caso che stiano esplodendo le Partite IVA, tipico tentativo dell’azienda di diminuire i costi fissi e del lavoratore di iniziare a guardarsi intorno.

Se un’azienda in questo momento avesse la capacità e la volontà di selezionare nuovi collaboratori, troverebbe sul mercato dei veri e propri “saldi”. Molti hanno abbassato la cresta rispetto alle aspettative e così qualsiasi attore che si presenti sul mercato con un po’ di determinazione può fare incetta di ottimi professionisti a condizioni che in altri tempi risulterebbero decisamente poco credibili per entrambe le parti in gioco. Ovviamente, di aziende così lungimiranti se ne vedono poche in giro.

Permane la paura e la perplessità collettiva: questo è un male, perché è vero che la crisi è ancora in alto mare, ma non che questo sia una sciagura indistintamente per tutti. Come al solito, se qualcuno sta perdendo molto, è perché dall’altra parte c’è qualcuno che sta guadagnando molto. I dipendenti stanno in mezzo e vivono la speranza di trovarsi sempre dal lato vincente del tiro alla fune. Il match è ancora lungo, ma è una sfida per tutti: per persone e aziende è l’ora di dimostrare la propria bravura.

Due film diversi

31 ottobre 2009

Oggi ho parlato per un’oretta al telefono con uno dei miei amici più cari, uno di quelli che sanno sfidarti intellettualmente da un lato, ma ti offrono la spugna del coach quando sei ferito all’angolo del ring. Abbiamo parlato di figli creativi, di comuni dolorosi problemi a schiena e spalle, di città da amare e città da cambiare, ma anche di storie d’amore finite troppo male per non essere un quotidiano punto interrogativo.

Su quest’ultimo punto ho provato ad aprirmi un po’ più del solito, condividendo osservazioni e storie che sino ad ora avevo tenuto per me. Il mio amico mi ha punzecchiato per cercare di tirarmi su, ma mi ha sorpreso dicendo prima di me cose che io pensavo da tempo. Il che non mi meraviglia: dopo sei storie d’amore, ormai ho capito che alla fine i ricordi sono la cosa più importante da conservare, con cura e sacrificio.

Quello che invece continua a sorprendermi, è che stavolta i ricordi stessi sono molteplici e diversi a seconda di chi li pensa e condivide. Dopo sei mesi, sembra di ascoltare due film diversi a seconda di chi quale dei due protagonisti lo racconta. E le comparse, anch’esse spaccate nettamente a metà, si ritrovano a narrare lo stesso film a seconda del protagonista che le aveva portate a interagire sul palcoscenico.

Non saprei come venirne fuori e questo scalfisce il buon umore che sta accompagnando gli ultimi mesi, tipico di chi è uscito da una serie infinite di sciagure grazie a scelte un po’ azzardate, ma efficaci. Io posso continuare a fare autocritica ad oltranza, ma il film che racconterò a colleghi, parenti, amici, sarà sempre una storia d’amore, non un film dell’orrore. Difficile e complessa, ma sempre una storia d’amore.