Statistiche caserecce sul mio profilo Facebook

15 marzo 2015

Qualche giorno fa ho superato i 500 contatti su LinkedIn: considerando che sono un po’ schizzinoso nell’accettare richieste di contatto (penso ci sia sempre implicito un minimo di endorsement nel farlo) non sono pochi. Nonostante questo, se scorro la lista delle possibili persone con cui mettersi in contatto ne ri-scopro sempre. Cosa un po’ diversa da quanto avviene su Facebook. Mettiamola così: non è che i suggerimenti di Facebook siano sbagliati, ma una cosa è recuperare un vecchio contatto lavorativo confidando nell’antica stima reciproca, un’altra è crogiolarsi nel passato delle foto invecchiate dei propri compaesani o voler inserire come “amici” contatti dell’agenda professionale, con cui non c’è nemmeno il pur minino di confidenza, non dico amicizia.

Oggi in uno dei miei noiosissimi viaggi Milano-Sondrio, prima di passare a leggere un libro regalatomi da Eva, ho approfittato degli ultimi minuti di batteria del PC per fare un po’ di statistiche maccheroniche su chi siano gli attuali “amici” di Facebook. Già il fatto stesso di scorrere i circa 290 nomi è stato un esercizio interessante per rinfrescare la memoria e rivedere facce che nonostante questo “collegamento” in realtà poi non compaiono mai tra gli aggiornamenti del social network. Questa potrebbe essere una prima divisione di massima (arrotondando):

  • Persone conosciute in ambienti di formazione (scuola superiore, università, master vari): circa 80
  • Persone conosciute in ambito lavorativo (colleghi, clienti, collaboratori, parenti di colleghi): circa 120
  • Persone conosciute su Internet: circa 40
  • Parenti/parenti di parenti: una decina
  • Persone conosciute offline (esclusi i raggruppamenti precedenti): circa 40.

I “circa” sono dovuti al criterio non esattamente scientifico: sulla definizione di “parente” si potrebbe discutere e alcuni contatti incrociati in ambiente lavorativo poi sono diventati amici “veri” a furia di frequentarli su Internet; alcuni compagni di master sono diventati colleghi; tra le persone conosciute offline i compagni di scuola di elementari e medie, pochi quelli non di Tiriolo. La classificazione stessa peraltro dà ragione a Facebook: se quasi la metà dei contatti ha origine nel mondo lavorativo, può aver senso consigliarmi di aggiungere persone della stessa società o “rubate” dal mio smartphone. Forse un po’ più sorprendente che i contatti Internettari siano “appena” una quarantina; in questo la cernita costante probabilmente ha dato i suoi frutti.

Un numero interessante è quello degli stranieri: visto che sulla mia timeline sono frequentissimi, pensavo fossero tanti. In realtà sono una trentina, quindi più o meno uno su dieci. La maggior parte risalgono ai master a Torino e Nizza, che erano per loro natura fucine di amicizie internazionali. Molti di loro mi mancano un po’, ma come dicevo sono anche tra quelli che “leggo” di più. Il dato più sorprendente è forse quello delle relazioni tra italiani e stranieri: ne ho contate una quindicina, di cui la maggior parte con persone africane o giapponesi. Non saprei come interpretare questo 6%: sono quasi tutte persone sposate, la maggior parte sono uomini, molti (ma non tutti) condividono con me una certa timidezza, ma magari è una coincidenza.

Sonno e manager famosi

28 febbraio 2015

Ieri in ufficio dal Cliente non riuscivo a connettere. Mi domandavo se fosse colpa delle tante sveglie col buio dei giorni precedenti: quella alle 5 per andare a Bari in aereo un paio di giorni prima, le tante alle 6:30 per arrivare in tempo in ufficio a Sondrio insieme ai più mattinieri, quella di pochi giorni prima alle 4:50, di ritorno dalla Calabria. Poi mi sono reso conto che mi stava salendo la febbre, ma non giurerei che le cose non fossero correlate.

Poche ore dopo, mentre mi trascinavo stancamente verso Milano in treno, mi è caduto l’occhio sulla gallery Ecco a che ora si alzano i manager di successo e sono rimasto abbastanza sconvolto leggendo gli orari folli delle sveglie di top manager e imprenditori noti in giro per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti: tutti svegli a notte fonda, andando a dormire tardissimo e svegliandosi prestissimo. Unica eccezione Satya Nadella, di origini indiane.

Mi domando se sia una coincidenza il fatto che sia l’unico a reclamare l’importanza di un riposo quantitativamente (e io aggiungerei qualitativamente) decente ogni notte. E mi domando anche se i tanti fallimenti citati da Michael Thomsen come correlati alla deprivazione del sonno non siano poi un segno che questo modello abbia qualche buco. Anche considerando i risultati dei politici che si dichiarano svegli all’alba e poi fanno danni tutto il giorno.

Magari sono io quello limitato, eh. Magari non sono geniale a sufficienza per essere produttivo alle 4 e mezzo del mattino a leggere le e-mail come i top manager delle foto su Corriere.it; poi penso che la mia inbox è sempre a zero e-mail non lette prima di andare a dormire, quindi mi domando pure a chi dovrei rispondere alzandomi così presto. Certo io non dirigo una multinazionale con uffici in fusi orari diversi, mi basta Eva shiftata in avanti.

Ho già scritto in passato del circolo vizioso tra la stanchezza dovuta al poco sonno che causa ritardi sul lavoro che causano poco sonno; mi domando come tutti questi personaggi noti possano invece aver innescato un circolo virtuoso che comprenda anche la sfera privata, anche se qualche sospetto sulla qualità della vita ce l’ho quando leggo ad esempio che Richard Branson si sveglia alle 5 e «le prime ore della giornata le dedica alla famiglia e allo sport».

Magari il pregiudizio degli anglosassoni nei nostri confronti è meritato, ma mi adeguo volentieri al buon senso italiano (“latino” direbbero loro) per cui avere tanti soldi porterebbe al sogno di riposarsi di più e goderseli (qualsiasi cosa ciò voglia dire) invece che non delegare nulla e voler seguire tutto in prima persona 24×7: non sarò mai il super-top-mega-manager internazionale che avrei potuto essere, ma speriamo di trovare più tempo per dormire.

Basiglio

15 febbraio 2015

Domani torno a Milano 3 City dopo qualche tempo. Si tratta di quello strano piccolo mondo di uffici di aziende note come Amway (!), CA Technologies e tutta la galassia Mediolanum, vicino a Milano 3, nel comune di Basiglio. Avevo citato questo bizzarro posto più o meno un anno fa, sperando vivamente di non finirci a lavorare quotidianamente vista la difficoltà di raggiungerlo coi mezzi pubblici.

Si tratta di una delle cittadine più strane che abbia mai visitato: è in realtà un insieme di palazzi sparsi nel verde, raggruppati in centri residenziali come quelli sopraccitati, che ospitano un sacco di manager internazionali e piccoli vip italiani. Molti conoscono Milano 3 come ultimo lascito di Berlusconi versione palazzinaro, a cavallo degli anni Ottanta; oggi appare un po’ fané ma non sporca.

I maliziosi dicono che è merito dell’enorme stuolo di extracomunitari (10% della popolazione) che assistono i residenti; Basiglio d’altronde ogni anno appare sui giornali come la cittadina col reddito medio più alto d’Italia, oltre i 50.000 Euro procapite. Altri dicono che la “pulizia” sia merito della “polizia”, quella locale privata che controlla le strade soprattutto di notte, controllando il territorio.

Qualche anno fa mi era caduto l’occhio su un articolo di Chiara Organtini che parlava della rivoluzione in cachemire degli abitanti di Basiglio, spaventati delle nuove possibili costruzioni a scapito del verde. Ora quei timori sono parzialmente diventati realtà ma forse è un bene: accanto ai vecchi palazzi che si dice essere pieni di amianto ha senso vedere qualcosa di più moderno ed ecologico.

Ogni volta che vado (fortunatamente dovrei essermi assestato su una manciata di volte l’anno) sorrido guardando questa sorta di Stepford formato lombardo e domandandomi come deve essere viverci; magari potrebbe essere una buona idea per trovare un equilibrio tra verde pubblico e vicinanza a Milano. Cui però si arriva di fatto solo in auto, con mio sommo disappunto.

Turismo e cambi di vita radicali

31 gennaio 2015

Ho passato le vacanze di Natale a inseguire i check-in dei miei amici su Facebook in giro per il mondo: una coppia a Tokyo, una collega a Miami e New York col moroso, altre persone in Vietnam o Filippine o su calde spiagge esotiche. Poi è arrivato il momento dell’effluvio di foto, versione moderna delle diapositive che si infliggevano agli amici negli anni Ottanta.

In realtà io mi diverto a guardarle; ogni scatto, da quello più ricercato con la reflex al selfie con lo smartphone, racconta una piccola storia e qualche emozione. Ci navigo attraverso come un tempo facevo coi romanzi; ora però i protagonisti delle storie esotiche sono persone conosciute e mi piacerebbe magari anche ascoltarle di persona; in attesa commento, metto like.

Ho fatto pochissime foto in India e USA tra fine 2013 e 2014; le ho mandate tutte a mamma e sorella che le commentavano divertite, qualcuna a Eva. Non è pigrizia, è che ho un rispetto quasi sacro di chi fa foto per professione o anche solo per passione; quindi anche quando la scorsa estate ho girato un po’ l’Italia con Eva ne ho fatto pochissime, più che altro a lei.

Ora guardo la lista dei 50 posti che meritano una visita nel 2015 e sospiro. C’è anche Milano, ma immagino giusto per la storia dell’Expo. Le altre mete sono molto più lontane e interessanti, ma così a occhio molte non le visiterò mai. Il che è davvero un peccato: perché viaggiare non è solo un bel modo per imparare nuove cose, ma è anche il mio hobby principale.

Qualche giorno fa ha avuto improvvisa notorietà la famiglia Castellari, che ha mollato la squallida vita milanese per andare a vivere a Bali. I commenti che stanno ricevendo sui social network sono impietosi, eppure io, dopo anni in Lombardia e dintorni, davvero li capisco. Questa vita ti strema e Milano non fa nulla per aiutarti: finirò come i frustrati che sognano notte e dì.

Sogni...

Nuova gente

17 gennaio 2015

Ieri sera sono andato a cena in un ristorante giapponese con una persona gentile che ha appena avuto un figlio che mi ha raccontato un po’ di cose interessanti su cosa vuol dire sposare una ragazza straniera e vivere in Italia. Il tavolo era piuttosto ampio, penso una ventina di persone; non conoscevo praticamente nessuno. Qualcuno lo avevo “incontrato” in Rete o nei due raduni di Tumblr (mi pare 2010 e 2011); probabilmente è da allora che non mi capitava di conoscere gente a Milano.

Ho fatto una cena in Brera lo scorso autunno, ma in quel caso oltre la metà dei presenti erano colleghi/e (gli altri erano i relativi partner). D’altra parte se penso alle persone entrate (e purtroppo spesso uscite) nella mia vita negli ultimi anni, la stragrande maggioranza ha a che fare col lavoro; immagino non possa essere diversamente, dedicandovi così tanto tempo e non avendo praticamente vita sociale. Anche se guardo i contatti su Facebook molti contatti (selezionati) vengono da lì.

Ho chiesto a cena coi colleghi a Sondrio (uno dei principali momenti di socializzazione in settimana) come si comportano loro: mi dicono che la maggior parte delle amicizie in età adulta deriva da conoscenze ereditate da mogli/mariti e ancor più spesso da genitori di bambini in classe con i propri figli, soprattutto tra i milanesi. Pochi conservano amicizie nei posti d’origine; chi lo fa spesso le descrive come belle e intense, anche se difficili da mantenere a centinaia o migliaia di chilometri.

Mi domando come si troverà Eva se e quando si trasferirà in Italia: probabilmente la nostalgia delle persone care la assalirà quanto e più di quanto già avviene a me. Cercherò di starle vicino, anche se ovviamente non potrò essere sufficiente. Poi troveremo dei nuovi conoscenti, magari dei nuovi amici, sempre che si prenda una decisione su dove stabilirsi. Certo, fino ad allora sarà un po’ difficile riuscire a creare e mantenere una qualche relazione umana, al di là della mia proverbiale timidezza.