Vado a vivere a Mogliano Veneto

15 aprile 2016

Ormai è da dicembre che, prima per qualche giorno la settimana e poi sempre più full time, lavoro a Mogliano Veneto. La cosa, come raccontavo a novembre, è nata in maniera un po’ inaspettata mentre preparavo il ritorno a Torino (su un progetto mai partito, peraltro); è poi diventata un’attività parecchio totalizzante, visto la quantità di lavoro e di persone coinvolte.

Mogliano Veneto è la classica cittadina di provincia italiana; magari non è esattamente una città d’arte, ma è sicuramente accogliente. Come molte altre è tagliata in due da una stradona (il famigerato Terraglio, che collega Mestre e Treviso) e poi si sviluppa come un paesone, con le sue piazze, i suoi negozi e i suoi diversi alberghi per tanti consulenti e turisti.

La sua vicinanza alla sede di qualche multinazionale e a Venezia ne fa infatti un centro particolarmente frequentato da terzi; la cosa curiosa però è che di fatto c’è un solo residence e a partire dal 20 andrò a vivere proprio là. In realtà è un residence per modo di dire: di fatto è un ristorante che ha acquisito appartamenti intorno e li affitta (utenze incluse) su base mensile.

La cosa positiva è che probabilmente potrò ricominciare a cucinare decentemente come non faccio più da circa 2 anni, quando ero stato qualche settimana in un residence a Torino dopo i due anni pieni nel mio monolocale genovese. La cosa negativa è che si tratterà comunque di un appoggio temporaneo fino al matrimonio, poi è da capire come evolvono lavoro e vita.

Il 16 luglio 2016 mi sposo

26 marzo 2016

Singloids

L’attività principale del giorno è stata visitare 2 location per matrimoni in provincia di Catanzaro. Si tratta del primo atto dell’organizzazione-lampo che porterà al matrimonio con Eva il 16 luglio 2016. Un evento non del tutto inaspettato per i lettori di questo blog, che potranno intuire facilmente il perché della data e conoscono le difficoltà burocratiche sino a ora incontrate.

Non che siano davvero finite: manca ancora il visto di Eva. Che sarà turistico, quindi valido 3 mesi: se arriverà nei tempi sperati Eva potrà atterrare in Italia nella seconda metà di maggio e ripartire a Ferragosto. Nel mezzo il matrimonio, appunto, oltre a un viaggio in Israele pianificato da quasi un anno e che ora curiosamente diventa una specie di viaggio di nozze “strano”.

Al di là di questi aspetti di pianificazione casereccia, c’è tanta curiosità di vedere come cambierà la mia vita dall’estate in poi. Dopo anni di fidanzamento a distanza un matrimonio a distanza, per quanto di moda, forse non è la soluzione migliore; ma d’altra parte al momento è difficile garantire a Eva di avere una casa definita in una città certa per un lungo numero di anni.

Non sono in panico per l’organizzazione del matrimonio in contumacia e in così poco tempo: alla fine ho chiesto preventivi in giro e ho trovato un sacco di disponibilità. Così a occhio la crisi fa sposare meno, visto i costi complessivi. Spero comunque che Eva possa davvero arrivare in Italia e possa seguire per un paio di mesi la preparazione scegliendo cosa le piace di più.

Deprivazione relativa

14 marzo 2016

Tra le mille teorie interessanti a cavallo tra psicologia sociale e sociologia, quella della deprivazione relativa sembra particolarmente attuale: potrebbe spiegare il perché della continua insoddisfazione di molti di noi ed essere la chiave di lettura del perché anche se abbiamo uno stipendio decente rispetto alla media italiana, nessun problema di salute serio e tanto affetto intorno, continuiamo a essere imbronciati e insoddisfatti.

Quest’anno l’annuale valutazione lavorativa non è stata granché: il che non appare scritto da nessuna parte, visto che i “voti” sono alti e il “premio” (che poi sarebbe più corretto considerare retribuzione variabile e non una donazione divina) arriverà presto sul mio stipendio. Sono io ad autovalutarmi e a ritenermi insoddisfatto: non tanto del (tanto) lavoro fatto, quando dei mancati traguardi raggiunti rispetto a chi ha la mia stessa età.

Dopo essere rimasto vittima della regola dei 35 anni, veleggio in una relativa mediocrità. Tiro avanti progetti sempre più complessi, con un po’ di attività commerciale a latere; dall’altra parte se volessi “svoltare” dovrei fare solo attività commerciale, ma ciò non potrà mai avvenire dovendo guidare progetti sempre più complessi. Quindi guardo ai “peers” con invidia, anche se poi c’è sempre chi mi dice “c’è chi sta molto peggio di te”.

L’alternativa ovviamente sarebbe mettersi a cercare seriamente un nuovo lavoro, ma non sono sicuro di avere tempo, voglia e capacità di farlo in tempi brevi. Al contrario, sto provando a far capire all’interno della mia società che in questi mesi ho e avrò sempre più delle priorità personali più che lavorative: ovviamente so già che questo mi verrà ritorto contro a livello lavorativo ma come è noto non sono un bravo bugiardo.

Quanto dura la vita?

29 febbraio 2016

L’altro giorno è morto un Partner a 43 anni. Non lo conoscevo di persona, ma di fama: un buon lavoratore, andato in Germania ormai qualche anno fa per fare lo startup del nostro gruppo. Pare sia morto per un infarto, qualcuno ha azzardato legato allo stress lavorativo. Ma in questi casi è facile tirare le conclusioni, visto che il nostro lavoro si presta a questo tipo di preoccupazioni.

Avevo appuntato qui qualche mese fa le storie di Franco e S., colleghi anche loro, scomparsi prematuramente probabilmente causa fumo. Vedo ogni tanto qualche amico o collega scrivere sui loro profili Facebook e ogni volta è una coltellata. Mi dispiace pensare alla loro assenza, ma non oso nemmeno immaginare il dolore lacerante delle loro famiglie, quotidiano ed eterno.

Una ricerca scientifica ha dimostrato che anche fattori meno scontati rispetto a sedentarietà, alcool e fumo accorciano la vita: ad esempio dormire più di 9 ore a notte (caso piuttosto remoto per quanto mi riguarda). Ma la cosa interessante della ricerca è che ciò che accelera la fine è la combinazione di più fattori: quindi non basta condurre una vita solo “superficialmente” sana.

Vabbé passerà anche questo momento di depressione; ma in fin dei conti forse è meglio ce ne siano tanti, tanti altri perché questo vorrà dire che la mia vita sarà lunga. Ecco, magari anche intervallati con qualche periodo di felicità, mia e delle persone cui voglio bene davvero. Certo, poi resta il dubbio che con questo lavoro e questo stile di vita assurdo la cosa non sia così scontata.

Campione olimpico di salto del pasto

15 febbraio 2016

Quando questa stressante ecatombe dentistica sarà finita (finirà?) ne scriverò meglio qui sulla Cuccia; ora, per non farvi leggere solo di medici e di dentisti per mesi, cambio argomento. Visto che, tra un’estrazione, una devitalizzazione e un’otturazione, di cibo tra le mie fauci ultimamente ne sta passando poco, almeno ne parlo. Come faccio spesso dal vivo, da bravo italiano. Anche se il fatto che mi piaccia mangiare probabilmente non è una grossa novità; ho già scritto dei miei tentativi di dieta o dalla noia da ristorante mediocre che mi aveva travolto a Sondrio e che mi ha fatto amare ancora di più la possibilità di cucinare da soli, anche se a Milano lo faccio relativamente poco.

Rispetto alle grandi cucinate nelle belle cucine a mia disposizione di Bergamo o Genova (ma anche rispetto alle ridotte possibilità di Padova, Torino, Nizza), di fatto sto usando solo il microonde: che mi ha fatto regredire allo stadio di single caricaturale, quello che mangia noodles (mai fatti prima in vita mia), Simmenthal e risotti in busta Knorr. Tutto sommato vale comunque la pena: nel weekend alla fine godo la flessibilità di poter scegliere quanto e cosa mangiare in base al mood. Durante la settimana invece le cose vanno peggio: se sono in trasferta spesso mangio a cena al ristorante e faccio colazione al mattino; ma in generale difficilmente pranzo, tranne quando sono dai miei.

Mi è chiaro che saltare i pasti possa portare varie conseguenze; ma devo dire che tutto sommato l’idea di una colazione abbondante al mattino e di una cena decente la sera non mi dispiace. Trovo terribili i classici tentativi di pranzo “col panino” che vedo a Milano ma non solo; quando proprio sono costretto mi rifugio su un’insalata o una piadina, ma sinceramente la qualità è raramente decente. Mi sono fatto una certa fama su questa storia dei pranzi saltati: non sarà salubre, ma a guardare la faccia dei ragazzi che lavorano con me quando tornano dalla pausa pranzo mi domando chi gliela faccia fare. Non cito nemmeno il tema costi e le furberie inventate dai ristoratori.

Rimane il punto che sarebbe bello staccare, anche senza pranzare. Qualche volta capita, anche se poi finisce come la scorsa settimana quando “per staccare” ho accompagnato dei colleghi al bar interno del Cliente e poi sono scappato col mal di testa per il troppo chiasso. Rimango perciò il (triste) campione olimpico di salto del pasto, pranzo in primis; ripenso con un po’ di nostalgia ai pasti con Eva in India e al fatto che i viaggi sono belli anche per la possibilità di provare cose nuove, che sicuramente fa venire la voglia di assaggiare qualcosa anche quando non si ha troppa fame. Nella vita quotidiana, invece, piuttosto che all’incubo-panino cedo all’illusione della cena che verrà.