Le Elezioni Europee? Tutto già visto

8 giugno 2009

Quando ho visto i risultati delle Elezioni Europee, mi è venuto in mente di scrivere un commento come quello successivo alle Elezioni Politiche 2008. Poi sono andato a rileggerlo e ho pensato che la maggior parte delle osservazioni espresse in quella sede potrebbe essere riproposta ora: come dire, i risultati sono quello che sono e soprattutto non sono molto diversi da quelli di un anno fa.

Ci sono però alcune osservazioni che emergono da una lettura dei dati grezzi più che delle opinioni dei commentatori; perché se queste vanno in direzioni diverse ed eterogenee, i numeri nascondono fenomeni in parte nuovi, in parte amplificati rispetto alle precedenti occasioni elettorali, prime tra tutte Politiche 2006 e Politiche 2008. Per questo mi sono costruito la tabellina seguente.

Italia Nord Ovest Nord Est Centro Sud Isole
Popolo della Libertà 35,26% 33,39% 28,11% 37,35% 41,9% 36,49%
Partito Democratico 26,13% 23,03% 28,04% 32,38% 23,01% 24,96%
Lega Nord 10,22% 19,4% 19,03% 2,97% 0,57% 0,37%
Italia dei Valori 7,98% 7,31% 7,19% 7,69% 10,02% 7,51%
Unione di Centro 6,52% 5,29% 5,58% 5,44% 8,52% 10,43%
Rif.Com./PDCI/SE 3,38% 3% 2,34% 4,46% 4,05% 2,81%
Sinistra e Libertà 3,11% 2,09% 2,11% 3,59% 5,18% 2,3%
Radicali 2,42% 2,88% 2,58% 2,72% 1,62% 1,82%
La Destra/MPA 2,22% 0,81% 0,66% 0,66% 3,23% 12,42%

La prima riga ovviamente è quella che ha bisogno di minori commenti: che il Popolo della Libertà fosse il primo partito italiano è come sempre cosa risaputa e al tempo stesso nascostissima, così come era prevedile la figuraccia del PD. Quello che è più interessante, semmai, è il dato aggregato del PdL e della Lega Nord: quasi la maggioranza assoluta in tutta Italia, Isole escluse.

In Sicilia e Sardegna, in effetti, il ruolo della Lega Nord è ricoperto dall’MPA, praticamente assente dal resto d’Italia. Tutto ovvio, certo, tranne un fattore nascosto: l’UDC. Che come in un puzzle, è esattamente la tessera mancante per raggiungere la maggioranza assoluta, a livello nazionale e nella maggior parte delle regioni. E questo fattore sarà sempre più determinante nei prossimi anni.

Si tratta del partito da sempre più attaccato alle poltrone e la sua collocazione nel centrosinistra non solo sarebbe innaturale, ma anche inutile: in nessuna delle circoscrizioni la somma dei partiti di centrosinistra non si avvicina nemmeno alla maggioranza e l’UDC non aiuterebbe granché. Non è difficile immaginare che già ai prossimi ballottaggi questa situazione porterà i suoi primi frutti.

Rispetto a queste letture “orizzontali” della tabella, però, risultano più interessanti le analisi “verticali”. Se infatti è facile dire “un italiano su 3 vota PdL, uno su 4 PD e uno su 10 Lega Nord”, gli scenari cambiano abbastanza circoscrizione per circoscrizione. Al Nord, ad esempio, la Lega Nord arriva tranquillamente al 19%, sebbene essendo un dato medio può risultare anche sottostimato.

È vero che al Nord un italiano su 5 vota Lega, ma è ancora più vero che in alcune province la Lega Nord è ormai un partito che gioca tranquillamente alla pari con PD e PDL, spesso scalzando i due partiti più noti dalla prima posizione. Oggi ho incontrato in ufficio a Milano amici e colleghi che hanno votato Lega: alcuni vengono da destra, altri in passato hanno votato sinistra in passato.

Questo è confermato dal confronto dei numeri verticali del Nord con quelli delle altre aree geografiche: al Sud ad esempio sono andati bene le due coalizioni di sinistra e l’Italia dei Valori. Il delta dei risultati di queste formazioni rispetto alla media nazionale, non a caso, è proprio quello che al Nord è stato recuperato dalla Lega. La cosa dovrebbe forse far riflettere un po’ il Partito Democratico.

Gli altri che devono riflettere sono probabilmente i partiti di destra, che non sono arrivati da nessuna parte né nei casi in cui si sono presentati autonomamente, né nel mischione con l’MPA, ma soprattutto i Radicali: nonostante il solito agitarsi di Pannella e Bonino in campagna elettorale, i risultati sono ridicoli. Lontani sono i clamorosi risultati dopo la campagna “Emma Presidente”.

Hanno vinto PDL, Lega, IDV e Sinistra e Libertà. Hanno perso il PD e soprattutto i partiti di sinistra e di destra, non ha brillato l’UDC. Il PDL ha conquistato il Sud, il PD ha tenuto solo in alcune delle regioni un tempo “rosse” ed in maniera disomogenea. Ha stravinto il Partito Popolare Europeo, non è nemmeno comparso il Partito Socialista Europeo. E questo deciamente non ci fa onore.

Il Lounge Café San Biagio di Parma? Mah…

24 maggio 2009

Parma: ore 13 e 30 di un giorno lavorativo di qualche settimana fa. Ho un appuntamento dal Cliente che mi segnala il Centro Commerciale Barilla Center come punto di riferimento. Sono un po’ sorpreso da questa indicazione, ma una volta arrivato sul posto intravvedo in effetti davanti al celebre Grand Hotel De La Ville (anch’esso parte del complesso di cui sopra), una delle mille sedi del Cliente, sparse sul territorio della città emiliana. L’appuntamento è alle 14 e 30 e, complice la sveglia col buio per arrivare in treno da Bergamo, la fame è tanta. Meglio trovare un posto in cui pranzare approfittando del tempo a disposizione.

Non notando i locali del piano rialzato del Centro Commerciale, penso che il Lounge Café San Biagio sia l’unica opzione disponibile. Sembra un posto ben frequentato e wannabe-cool, quindi immagino non avranno grandi problemi a servire un pranzo veloce, ma di buona qualità come è proprio della tradizione emiliana. In effetti l’accoglienza è positiva: mi siedo ad un tavolino da 2 e ringrazio il cameriere per la celerità con cui lo pulisce dai resti dei clienti precedenti. Nel frattempo consulto il menù e decido rapidamente per un piatto di spaghetti con le vongole e per una tagliata di manzo. Abbinamento bizzarro, dettato dalla fame e dalla fretta.

Durante l’ordinazione chiedo la cortesia di ricevere i piatti in velocità, anche sovrapposti tra loro, pur di stare nel tempo massimo. Arriva la mia bottiglietta d’acqua minerale, poi il pane e poco dopo gli spaghetti. Li mangio velocemente e spero che da un momento all’altro arrivi la carne. L’attesa però si prolunga: il cameriere prende tempo e io inizio a sudare freddo. Dopo qualche minuto lo vedo tornare con un calice di vino bianco frizzante: immagino sia un dono della casa per scusarsi della lunga attesa e ringrazio sorridente e impaziente. Nel frattempo vedo entrare nel locale la coppia di colleghi che parteciperà con me alla riunione.

Anche loro non hanno trovato altri ristoranti in zona e così si siedono accanto a me. Ormai è tardi e così uno ordina un’insalata, l’altro la tagliata. Dopo qualche minuto arriva la mia, poi le ordinazioni dei miei colleghi. Completo il pranzo in tutta fretta e mi precipito a pagare mentre i colleghi finiscono il loro pasto. Arrivo alla cassa e segnalo il mio tavolo. Responso: 30 Euro e 50. Rimango sbalordito: come 32 Euro e 50? In base ai prezzi sul menu, primo secondo e acqua dovevano costare massimo 22 Euro e 50. E gli altri 8 Euro? Chiedo alla cassiera che, seccamente, mi risponde: «Ma Lei ha preso anche un calice di Xvbjhndfughbfdufd.»

Provo ad obiettare di non aver ordinato alcun calice di vino, tantomeno del preziosissimo Xvbjhndfughbfdufd. Lei si inalbera e mi dice che anche se non l’ho ordinato l’ho bevuto, quindi ora devo pagarlo. Non voglio andare oltre e pago con la carta di credito, poi esco. Nel frattempo anche i miei colleghi pagano e il conto del loro tavolo è sui 25 Euro totali: questo conferma che i miei calcoli preventivi erano giusti e che il responsabile dell’impennata imprevista del prezzo è proprio il sorso di vino Xvbjhndfughbfdufd che il cameriere mi ha portato di sua volontà. Racconto il fatto ai colleghi che rimangono sorpresi dal conto finale del mio pranzo.

Ovviamente non metterò più piede al Lounge Café San Biagio di Parma. Nel frattempo ho avuto la fortuna di apprezzare locali decisamente più seri come la Trattoria Corrieri: altra qualità delle portate, altro rispetto del cliente. Dispiace soprattutto perché la Pasticceria San Biagio è una piccola istituzione a Parma e il suo spin-off Lounge Café, con questi trucchetti da bar di periferia, rischia di appannarne l’immagine conquistata nel corso dei decenni. Ovviamente mi si dirà che sono stato io il cliente sfortunato: peccato che, una volta chiesto un parere ai dipendenti del Cliente, la loro idea del Lounge Café San Biagio era peggiore della mia.

Il cuore spezzato

6 maggio 2009

Io ci credevo...Quando qualche settimana fa ho postato su Pollicinor questa immagine, il commento era stato «A volte può essere il contrario». Perché, a sessi invertiti, mi ero sentito come nella prima vignetta e in quelle settimane, sebbene ancora fermo alla seconda vignetta interlocutoria, capivo che il crash era, per quanto malaugurato, probabilmente imminente.

La fine di un amore, o anche solo di una storia, è un evento imprevedibile e doloroso. Tu pensi di vivere ancora l’emozione dei primi giorni, l’arrossimento iniziale e ti ritrovi improvvisamente alla quarta, alla quinta, alla sesta vignetta. Ti ritrovi ad osservare i cocci del tuo cuore spezzato ed a chiederti perché è successo, qual è stata la vera motivazione della fine del rapporto.

Può essere che le responsabilità fossero tutte da una parte o dall’altra e può essere che, in un tripudio di sadomasochismo, in qualche modo ci si sia fatti male a vicenda. Cosa dolorosa ma affatto rara: chiunque sia passato dalla fase “O ci sposiamo o ci lasciamo” può pensare, dopo aver realizzato di non essere in un film, che la fine della storia sia una delle soluzioni più ovvie.

Non c’è ricetta che tenga per un cuore spezzato. Non c’è colla che possa ricomporne i pezzi. Ci si poteva pensare prima, ovviamente, da entrambe le parti. Si poteva evitare di esacerbare le situazioni, porre in atto gli ultimatum, smetterla con i paragoni continui del tipo “lei era meglio di te”, “lui è più affascinante di te” e via all’infinito. Si potevano evitare tante cose e non lo si è fatto.

Il problema non è “restiamo amici”, che secondo me è sempre la cosa migliore da fare dopo queste situazioni, quantomeno tra persone adulte. Il problema è che sorge il dubbio che sarebbe stato meglio essere sempre stati amici, che forse non si era fatti davvero per un rapporto di coppia. Sarà l’amarezza del momento, sarà la nostalgia che viene dalle tracce sparse per casa.

Tutta Italia su Facebook

29 aprile 2009

Come è noto a chi si occupa di scienze sociali, l’antropologo Robin Dunbar stabilì che esistesse un numero massimo di relazioni sociali stabili che un individuo normalmente attivo in una società può mantenere nel corso della vita. I suoi esperimenti lo spinsero a definire il numero nei dintorni delle 150 “connessioni” e questo valore è oggi sempre più di moda, in parallelo con la crescita dell’interesse collettivo verso i social network, in termini di partecipazione attiva ma anche di studio delle relative dinamiche.

Da quando mi sono iscritto a LinkedIn nel 2004, le mie connessioni superano i 200 contatti professionali: sono sempre stato abbastanza selettivo e, finita l’era della connessione “obbligatoria” ai personaggi-hub che ti permettevano di raggiungere milioni di persone con un click, sono riuscito a sfoltire il numero di contatti su questo social network. Dopo quella fase un po’ stupida, infatti, ora LinkedIn stessa ti spinge a stringere rapporti più qualificati e io posso dire di esser connesso solo a persone con cui ho interessi professionali comuni.

Un paio di anni fa è stato poi il turno dell’iscrizione a Facebook: da un lato su questo social network ho scelto di essere ancora più rigido (solo persone conosciute dal vivo o quantomeno con un profondo rapporto virtuale), dall’altro ho ovviamente aperto le porte a contatti di stampo strettamente personale. Ecco così che, nel tempo, alla mia rete si sono aggiunti, oltre ad alcuni degli amici/colleghi di cui sopra, anche vecchie conoscenze incontrate in Calabria, in Veneto, in Francia, in Lazio, in India, in Lombardia o in altri luoghi fisici e/o virtuali.

Ormai anche su Facebook ho superato il numero di Dunbar, ma rispetto a LinkedIn la differenza è sostanziale: se l’uso di quest’ultimo social network è soprattutto legato alla ricerca di informazioni su persone che non sono nel mio social network, su Facebook le informazioni sono molto più dirette e soprattutto sono tutte relative a persone elencate nel mio elenco di amici. La cosa sorprendente, se vogliamo, è che la progressiva “democratizzazione” di Facebook ha portato gli amici in questione a svelare molto su sé stessi e la propria vita.

Non sono sicuro che tutti i miei interlocutori si stiano rendendo conto di quanto comunichino a me e magari anche a persone che hanno aggiunto a cuor leggero tra le proprie connessioni. In questi giorni mezza Italia sembra essere su Facebook e la sensazione è che presto ci sarà veramente tutta la Nazione, quantomeno quella che ha una connessione a Internet, fosse anche solo via cellulare. Sarei curioso di vedere quanti resisteranno nel tempo e quanti bruceranno il proprio entusiasmo come è avvenuto con Second Life prima e con Twitter dopo.

Detto tutto ciò, immagino che osserverò crescere i miei network su LinkedIn e Facebook ancora per molto tempo: nel primo caso, perché il futuro mi porterà a conoscere nuovi interlocutori durante il lavoro quotidiano; nel secondo, perché dal mio passato riemergeranno amici, conoscenti e parenti che vorranno segnalare su Facebook il rapporto che avevamo un tempo e che magari è ancora possibile restaurare. Sempre che i risultati imbarazzanti dei loro test e quiz non mi facciano perdere del tutto la voglia di ricontattarli e rileggerli.

Le differenze culturali tra Nord e Sud esistono

14 aprile 2009

Se c’è un concetto che mi è rimasto impresso dai tempi del Master in European Business a Nizza, è quello di cultural clash. Ci vorrebbe Enrica Garzilli a darne una definizione precisa, magari con qualche citazione di Samuel Phillips Huntington o degli altri autori che a questo argomento, declinato nelle più svariate situazioni quotidiane e istituzionali, hanno dedicato saggi e studi. Ai nostri fini, possiamo definirlo come il momento in cui si prova a leggere una situazione sociale in un contesto diverso da quello di origine, indossando proprio gli occhiali avuti sin dalla nascita. Immaginate la reazione e le conseguenze.

Ovviamente i clash culturali sono tanto più forti quando cultura di origine e contesto analizzato divergono sensibilmente. Può capitare quotidianamente a tutti noi: non riusciamo a comprendere il perché di determinate situazioni perché ai nostri occhi appaiono radicalmente avulse dal nostro background culturale di fondo e quindi, magari erroneamente, “sbagliate”. All’apparenza, possiamo sembrare, di volta in volta, ”vittime” o “carnefici”: nei cultural clash difficilmente c’è chi vince davvero, visto che per principio si perde tutti qualcosa, sia essa la comunione dei punti di vista o peggio ancora il rispetto per le proprie radici.

Sono reduce da un week-end di Pasqua in cui i clash si sono ripetuti a getto continuo, con situazioni degne di commedie statunitensi ed effetti tipici da melodramma russo. Un fine settimana in cui la mia cultura familiare calabro-belga (mix peculiare già di per sé) si è confrontata con impeto ad un approccio veneto-milanese, con tanto di scintille su tutti i fronti. Da una parte, la mia famiglia sempre più Fockers, dall’altra una ragazza che sperava di arrivare in un’oasi di serenità e pace ed ha trovato un banchetto continuo e festaiolo. Tutto molto pittoresco, mi rendo conto, ma troppo intenso da vivere, soprattutto a Pasqua.

Ora sono in trincea, con l’elmetto in testa, a cercare di spiegare a entrambe le parti in gioco la versione altrui: sul cibo, sui ruoli familiari, sulla figura della donna in casa, sulla figura dell’uomo in casa, sulle feste familiari, sulla vita a Milano, sull’idea di relax, sulla visione del mondo etcetera etcetera. Qualcosa mi dice che, prima della prossima festona familiare tutti insieme appassionatamente, passerà del tempo. Speriamo che fino ad allora tutti ci saremo ammorbiditi nelle proprie posizioni: nel confronto con gli altri, c’è sempre da guadagnarci. Se si va muro contro muro, ci si fa tutti del male e non si cresce mai.