Anche l’ultima nonna è morta

10 aprile 2015

Come già era accaduto l’anno scorso con suo marito, nemmeno stavolta sono riuscito a partecipare al funerale di mia nonna materna, scomparsa ieri notte.

Come già successo con l’altra nonna, ho vissuto i giorni della sua agonia a Tiriolo e poi son dovuto salire al nord perdendo il momento della sua morte “legale”.

Come era già avvenuto a lei, anche questa nonna è scomparsa intorno ad aprile, intorno a Pasqua, che sta diventando una festa di morte più che di resurrezione.

Come la morte di suo fratello quasi un paio di anni fa era coincisa con la nascita della figlia di mia cugina, la morte di mia nonna coincide con la nascita della sorellina.

Come sempre quando muore qualcuno, io non so veramente farmene una ragione: lo so che è naturale e non sono un bambino, ma sembra una cosa così assurda.

Come ogni volta che succede qualcosa di importante in famiglia, specie negativa, io non so che fare con la mia vita: troppo distante da casa, senza un grande motivo.

Di ritorno a Berbenno di Valtellina

31 marzo 2015

Ironia della sorte ha voluto che ieri io sia tornato a Berbenno di Valtellina come un anno fa, affrontando peraltro lo stesso patema d’animo su come raggiungerlo (per la cronaca l’anno scorso mi diedero un passaggio, oggi ho preso il taxi). Dopo quel 1° aprile ero tornato dal Prospect il 16 ottobre e poi lo scorso 13 marzo. Ma i miei teneri lettori diranno: chissenefrega? Provo a spiegare perché la faccenda sia di interesse (quasi) pubblico: fondamentalmente in tutte e quattro le occasioni ho ripetuto sempre la stessa poesiola. Questo non sarebbe una novità (fa un po’ parte della vita del venditore) se non fosse che oggi è venuto fuori che chi mi accompagnava aveva iniziato a dire le “sue” ancora prima prima, nei primi mesi del 2013.

Quindi vuol dire che dall’altra parte i manager in circa due anni non hanno ancora preso decisioni sul suo tema, né in un anno sul mio. E si tratta di temi piuttosto rilevanti: il mio impatta sui servizi “digital” del Cliente, il suo sulle interfacce di lavoro quotidiano dello staff commerciale. In entrambi i casi le piattaforme in uso hanno anni e anni e ne sono consci. Parlavo di un interesse (quasi) pubblico sulla faccenda perché stiamo parlando di una società che capitalizza 2 miliardi di Euro in Borsa, in cui i middle manager non prendono decisioni significative e si giustificano per il fatto che i budget di “innovazione” siano piuttosto limitati. E non stiamo certo parlando di innovazione “di frontiera”, ma di puro porting dalla preistoria ai giorni nostri.

Moltiplicate questo tipo di immobilismo per tutte le aziende italiane medio-grandi come questa e vi renderete conto dell’immobilismo dell’economia di primo piano; provate anche a immaginare un approccio simile per chi ha ancora meno risorse come le aziende medio-piccole e potrete rendervi conto di come difficilmente usciremo dal pantano con processi decisionali così lenti. A margine della riunione ci siamo guardati sconsolati dicendo che sì, magari dopo 2 anni è la volta buona, ma probabilmente il gigante partorirà il topolino: nel migliore dei casi si riuscirà a fare un mini-pezzettino di attività e poi speriamo in un bel progetto che mediamente dura un paio di anni. Quindi nel migliore dei casi saranno passati quattro anni dall’esigenza al “go live”.

Si dirà che lavoro in un settore di nicchia e non è detto che l’innovazione delle aziende passi solo dagli investimenti in piattaforme digitali; vero, ma pensate a ragionare allo stesso modo anche sui beni strumentali. Pensate se lo stesso approccio lo tiene un ristorante per rinnovare la cucina o il mobilio in sala; ancora peggio pensate a un’azienda industriale i cui manager non riescono a decidersi a investire nell’acquisire i nuovi macchinari o nella formazione dei dipendenti. Alla fine queste scelte (anzi, queste mancanze di scelte) sono quelle che ci hanno allegramente portato sul bordo del burrone negli scorsi anni; non bastano riforme del lavoro continue, servirebbe fare a tutti noi un bel lavaggio di testa. Perché vale come autocritica, come sempre.

Statistiche caserecce sul mio profilo Facebook

15 marzo 2015

Qualche giorno fa ho superato i 500 contatti su LinkedIn: considerando che sono un po’ schizzinoso nell’accettare richieste di contatto (penso ci sia sempre implicito un minimo di endorsement nel farlo) non sono pochi. Nonostante questo, se scorro la lista delle possibili persone con cui mettersi in contatto ne ri-scopro sempre. Cosa un po’ diversa da quanto avviene su Facebook. Mettiamola così: non è che i suggerimenti di Facebook siano sbagliati, ma una cosa è recuperare un vecchio contatto lavorativo confidando nell’antica stima reciproca, un’altra è crogiolarsi nel passato delle foto invecchiate dei propri compaesani o voler inserire come “amici” contatti dell’agenda professionale, con cui non c’è nemmeno il pur minino di confidenza, non dico amicizia.

Oggi in uno dei miei noiosissimi viaggi Milano-Sondrio, prima di passare a leggere un libro regalatomi da Eva, ho approfittato degli ultimi minuti di batteria del PC per fare un po’ di statistiche maccheroniche su chi siano gli attuali “amici” di Facebook. Già il fatto stesso di scorrere i circa 290 nomi è stato un esercizio interessante per rinfrescare la memoria e rivedere facce che nonostante questo “collegamento” in realtà poi non compaiono mai tra gli aggiornamenti del social network. Questa potrebbe essere una prima divisione di massima (arrotondando):

  • Persone conosciute in ambienti di formazione (scuola superiore, università, master vari): circa 80
  • Persone conosciute in ambito lavorativo (colleghi, clienti, collaboratori, parenti di colleghi): circa 120
  • Persone conosciute su Internet: circa 40
  • Parenti/parenti di parenti: una decina
  • Persone conosciute offline (esclusi i raggruppamenti precedenti): circa 40.

I “circa” sono dovuti al criterio non esattamente scientifico: sulla definizione di “parente” si potrebbe discutere e alcuni contatti incrociati in ambiente lavorativo poi sono diventati amici “veri” a furia di frequentarli su Internet; alcuni compagni di master sono diventati colleghi; tra le persone conosciute offline i compagni di scuola di elementari e medie, pochi quelli non di Tiriolo. La classificazione stessa peraltro dà ragione a Facebook: se quasi la metà dei contatti ha origine nel mondo lavorativo, può aver senso consigliarmi di aggiungere persone della stessa società o “rubate” dal mio smartphone. Forse un po’ più sorprendente che i contatti Internettari siano “appena” una quarantina; in questo la cernita costante probabilmente ha dato i suoi frutti.

Un numero interessante è quello degli stranieri: visto che sulla mia timeline sono frequentissimi, pensavo fossero tanti. In realtà sono una trentina, quindi più o meno uno su dieci. La maggior parte risalgono ai master a Torino e Nizza, che erano per loro natura fucine di amicizie internazionali. Molti di loro mi mancano un po’, ma come dicevo sono anche tra quelli che “leggo” di più. Il dato più sorprendente è forse quello delle relazioni tra italiani e stranieri: ne ho contate una quindicina, di cui la maggior parte con persone africane o giapponesi. Non saprei come interpretare questo 6%: sono quasi tutte persone sposate, la maggior parte sono uomini, molti (ma non tutti) condividono con me una certa timidezza, ma magari è una coincidenza.

Sonno e manager famosi

28 febbraio 2015

Ieri in ufficio dal Cliente non riuscivo a connettere. Mi domandavo se fosse colpa delle tante sveglie col buio dei giorni precedenti: quella alle 5 per andare a Bari in aereo un paio di giorni prima, le tante alle 6:30 per arrivare in tempo in ufficio a Sondrio insieme ai più mattinieri, quella di pochi giorni prima alle 4:50, di ritorno dalla Calabria. Poi mi sono reso conto che mi stava salendo la febbre, ma non giurerei che le cose non fossero correlate.

Poche ore dopo, mentre mi trascinavo stancamente verso Milano in treno, mi è caduto l’occhio sulla gallery Ecco a che ora si alzano i manager di successo e sono rimasto abbastanza sconvolto leggendo gli orari folli delle sveglie di top manager e imprenditori noti in giro per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti: tutti svegli a notte fonda, andando a dormire tardissimo e svegliandosi prestissimo. Unica eccezione Satya Nadella, di origini indiane.

Mi domando se sia una coincidenza il fatto che sia l’unico a reclamare l’importanza di un riposo quantitativamente (e io aggiungerei qualitativamente) decente ogni notte. E mi domando anche se i tanti fallimenti citati da Michael Thomsen come correlati alla deprivazione del sonno non siano poi un segno che questo modello abbia qualche buco. Anche considerando i risultati dei politici che si dichiarano svegli all’alba e poi fanno danni tutto il giorno.

Magari sono io quello limitato, eh. Magari non sono geniale a sufficienza per essere produttivo alle 4 e mezzo del mattino a leggere le e-mail come i top manager delle foto su Corriere.it; poi penso che la mia inbox è sempre a zero e-mail non lette prima di andare a dormire, quindi mi domando pure a chi dovrei rispondere alzandomi così presto. Certo io non dirigo una multinazionale con uffici in fusi orari diversi, mi basta Eva shiftata in avanti.

Ho già scritto in passato del circolo vizioso tra la stanchezza dovuta al poco sonno che causa ritardi sul lavoro che causano poco sonno; mi domando come tutti questi personaggi noti possano invece aver innescato un circolo virtuoso che comprenda anche la sfera privata, anche se qualche sospetto sulla qualità della vita ce l’ho quando leggo ad esempio che Richard Branson si sveglia alle 5 e «le prime ore della giornata le dedica alla famiglia e allo sport».

Magari il pregiudizio degli anglosassoni nei nostri confronti è meritato, ma mi adeguo volentieri al buon senso italiano (“latino” direbbero loro) per cui avere tanti soldi porterebbe al sogno di riposarsi di più e goderseli (qualsiasi cosa ciò voglia dire) invece che non delegare nulla e voler seguire tutto in prima persona 24×7: non sarò mai il super-top-mega-manager internazionale che avrei potuto essere, ma speriamo di trovare più tempo per dormire.

Basiglio

15 febbraio 2015

Domani torno a Milano 3 City dopo qualche tempo. Si tratta di quello strano piccolo mondo di uffici di aziende note come Amway (!), CA Technologies e tutta la galassia Mediolanum, vicino a Milano 3, nel comune di Basiglio. Avevo citato questo bizzarro posto più o meno un anno fa, sperando vivamente di non finirci a lavorare quotidianamente vista la difficoltà di raggiungerlo coi mezzi pubblici.

Si tratta di una delle cittadine più strane che abbia mai visitato: è in realtà un insieme di palazzi sparsi nel verde, raggruppati in centri residenziali come quelli sopraccitati, che ospitano un sacco di manager internazionali e piccoli vip italiani. Molti conoscono Milano 3 come ultimo lascito di Berlusconi versione palazzinaro, a cavallo degli anni Ottanta; oggi appare un po’ fané ma non sporca.

I maliziosi dicono che è merito dell’enorme stuolo di extracomunitari (10% della popolazione) che assistono i residenti; Basiglio d’altronde ogni anno appare sui giornali come la cittadina col reddito medio più alto d’Italia, oltre i 50.000 Euro procapite. Altri dicono che la “pulizia” sia merito della “polizia”, quella locale privata che controlla le strade soprattutto di notte, controllando il territorio.

Qualche anno fa mi era caduto l’occhio su un articolo di Chiara Organtini che parlava della rivoluzione in cachemire degli abitanti di Basiglio, spaventati delle nuove possibili costruzioni a scapito del verde. Ora quei timori sono parzialmente diventati realtà ma forse è un bene: accanto ai vecchi palazzi che si dice essere pieni di amianto ha senso vedere qualcosa di più moderno ed ecologico.

Ogni volta che vado (fortunatamente dovrei essermi assestato su una manciata di volte l’anno) sorrido guardando questa sorta di Stepford formato lombardo e domandandomi come deve essere viverci; magari potrebbe essere una buona idea per trovare un equilibrio tra verde pubblico e vicinanza a Milano. Cui però si arriva di fatto solo in auto, con mio sommo disappunto.