Allergico alle regole

16 gennaio 2012

Perché non mi piace la danza? Perché è un’espressione libera dell’essere umano costretta in regole precostituite. Si è ritenuti più bravi nel ballo se si segue una coreografia e ovviamente per i professionisti danza è prima di tutto sinonimo di regole rigide più che di divertimento. Altro che movimenti strampalati al concerto dei Subsonica: persino i balli di gruppo sudamericani, che generalmente vengono ritenuti allegri, sono un insieme di movimenti codificati.

Sembra uno strano paragone, ma in fin dei conti è lo stesso motivo per cui a un 3 stelle Michelin preferisco il piccolo locale che ogni giorno cambia menu in base a ciò che il cuoco trova al mercato. Pensate all’Osteria Francescana di Massimo Bottura: tutti entusiasti per i successi di critica raggiunti di anno in anno; tutti ansiosi di assaggiare il risultato del lavoro dei 25 (!) cuochi che si alternano in cucina per seguire alla lettera le prestigiose ricette.

Tutto ciò ha zero appeal su di me. Certo, sarà tutto delizioso, ma per quanto mi riguarda il vero “prestigio” sta nel tailor made, non nell’uniformità, per quanto allineata verso l’alto. Mi annoiano le liturgie e i costumi consolidati, trovo poco personali le cravatte di Marinella urbi et orbi così come la regola per cui la proposta di matrimonio debba essere sostenuta da “lui” con un anello col diamante sopra. Potrei elencare centinaia di vincoli come questo.

Mi rendo conto che questa vera e propria allergia a ciò che è rigidamente codificato nella nostra cultura possa in alcuni casi rendermi impopolare o quantomeno complicarmi la vita più del previsto. Eppure non vedo altro modo di vivere, altro modo di affrontare la vita quotidiana con un po’ di libertà. Già mi tocca andare al lavoro in giacca e cravatta; sul resto, voglio avere quanta più capacità di provare nuove esperienze. Altrimenti mi annoierei a morte.

Ricorsi storici di fine anno

31 dicembre 2011

Sembra di essere tornati alla notte di fine 2001. Stasera come allora, mio padre sta male e io sono un po’ triste perché gli voglio bene e spero guarisca. Per quanto mi riguarda, quest’anno come esattamente 10 anni fa guardo con preoccupazione all’anno successivo. Il 2002 fu un anno di svolta nella mia vita, tra rabbia per la Laurea, fine del lavoro a Venezia, inizio dell’MBA, cambi nella vita privata. Chissà il 2012?

Sembra di essere tornati alla notte di fine 2009. Alla fine di un anno pesantissimo, probabilmente il peggiore della mia vita. Anche il 2011 mi lascerà ferite pesanti e indimenticabili, nonostante fosse iniziato con entusiasmo e ottimismo dopo un 2010 positivo. Farò fatica a riprendermi dai drammi del 2011, anche perché la buriana macroeconomica sembra appena iniziata e rischiamo tutti molto. Finirà nel 2012?

Sembra di essere tornati alla notte di fine 2008. C’era stato un autunno turbolento negli Stati Uniti dal punto di vista economico e tutti tremavano pensando a un 2009 disastroso come poi in effetti è stato. Adesso la turbolenza la viviamo nelle nostre vite quotidiane, con le tasse alle stelle e un mercato del lavoro incerto. Le banche con cui lavoro quotidianamente riusciranno a sopravvivere? Anche oltre il 2012?

Sembra di essere in un eterno ricircolo. Forse è vero che si ricordano più gli eventi negativi che quelli positivi, ma probabilmente questa vena di pessimismo che accompagna ormai tutta la popolazione mondiale avrà bisogno di eventi fortemente positivi per cambiare di segno. Il punto è che all’orizzonte non se ne vedono proprio e nemmeno a livello personale posso sperare in un anno rivoluzionario come fu il 2002.

Da Reggio Emilia a Genova

17 dicembre 2011

Ricorderete che a luglio avevo sgomberato l’appartamentino a Reggio Emilia pur confidando di tornarvi in autunno. Così in effetti è stato, sebbene poi il lavoro in città sia durato poche settimane e quindi tutt’ora il bilocale è sotto-utilizzato, visto che spesso sono a Milano. Mi dispiace perché l’arrivederci a Reggio Emilia ha assunto tinte fosche: negli ultimi tempi non tirava una bella aria al lavoro e in generale non sospiro grandi speranze di tornare come era avvenuto con Bergamo.

In quel caso il feeling era di vero dispiacere, visto che la mia permanenza nella città orobica era durata oltre 4 anni, di cui la maggior parte nella stessa abitazione. Un periodo così lungo da un Cliente non l’avevo mai fatto ed è possibile che non lo vivrò più; speravo durasse di più quello a Reggio Emilia, ma soprattutto che fosse più continuativo. Invece è stato un su e giù continuo, pochi sprazzi lavorativi con lunghi periodi di part time con Milano, con qualche giorno a Torino e Genova.

A proposito di Genova: ieri ho visitato un po’ di appartamenti in modo da avere un alloggio pronto da inizio gennaio in poi. Al momento l’affitto sarà fino a luglio e toccando ferro dovrebbe essere un impegno sufficientemente intenso da poter vivere tranquillamente lì con qualche su e giù da Milano e come sempre un po’ di giri in giro per la Pianura Padana. Gli appartamenti visti sono carini, di natura e stile molto diversi: i costi però sono molto più alti che a Reggio Emilia.

Ho già scritto della mia simpatia per Genova in questo periodo, ora sono curioso di viverla un po’ come “cittadino”, per quanto temporaneo. Può essere disdicevole per alcuni, ma per me questa possibilità di cambiare radicalmente città ogni po’ di anni è IL grande valore aggiunto del mio lavoro. Perché da un lato mi permette di vivere ogni nuova esperienza come una ripartenza, con la sensazione ogni volta di aver possibilità di ricominciare. E poi posso sfuggire da Milano…

Casino Royale o Subsonica?

30 novembre 2011

Qualche mese fa è uscito un nuovo disco dei Casino Royale e sono incappato nell’articolo di Lorenzo Barassi su Io e la mia ombra. Una recensione per modo di dire, perché Lorenzo è l’anima visuale dei Casino Royale e quindi è meravigliosamente invischiato in quella che di solito viene definita Famiglia Royale. Che ovviamente comprende i componenti della band, ma di cui noi fans (almeno) ventennali ci sentiamo parte.

Chi li ha conosciuti nei primi anni Novanta ha iniziato ad apprezzarne l’originalità nel portare in Italia uno ska festoso, ma ben suonato; li ha visti crescere tanto a metà di quel decennio, in anni in cui le “nuove” band di qualità erano tante e poche, tra cui proprio i Casino Royale, riuscivano a costruirsi un’identità forte; li ha visti prendere una deriva sempre più drum’n'bass fino all’esperienza Royalize. Poi il silenzio, per un po’.

Nella prima metà del decennio successivo, quella in cui è nato questo blog, i Casino Royale sono quasi spariti dalla circolazione. Molti di noi hanno “ripiegato” su altre sonorità, sperando che Alioscia & C. tornassero con la loro musica e soprattutto coi loro testi. Perché nelle mille mutazioni di suono quelli sono rimasti una costante: un qualcosa cui aggrapparsi anche nei momenti difficili, un’autobiografia quasi generazionale.

In quegli anni per me i Subsonica non sono stati un ripiego, ma probabilmente l’inizio di un percorso diverso. Li ho di fatto scoperti in India e poi ho iniziato ad apprezzarli sempre più una volta trasferito a Torino. Ascoltare i Subsonica a Torino è la garanzia di capire a fondo la città e i suoi abitanti; qualcosa di simile a ciò che avviene nel rapporto tra Casino Royale e Milano, sebbene il rapporto sia ben più sofferto (anche per me).

Negli ultimi anni i Casino Royale sembrano essersi ricompattati ed è un piacere ascoltare nuovi brani scritti con la maestria di sempre e un gusto per la sperimentazione musicale senza pari; i Subsonica continuano a essere una forza capace di muovere le montagne; se i maledetti CSI/PGR fossero ancora vivi, insieme agli altri due gruppi costituirebbero una triade di insuperabile bravura e capacità di scrivere/suonare/esibirsi.

I Casino Royale restano il mio gruppo preferito e non vedo come possa essere diversamente, perché in qualche modo hanno accompagnato la mia vita dall’adolescenza a oggi. I Subsonica rappresentano una vita “alternativa” che ho assaporato per qualche anno, ma che non sono mai riuscito ad agguantare davvero. Per ora ascolto entrambi camminando per le strade di Milano. Purtroppo non in quelle di Torino.

La regola dei 35 anni

15 novembre 2011

Sembra sempre più conosciuta la cosiddetta regola dei 35 anni. In sintesi, questa regola tramandata di trentenne in trentenne stabilisce che il livello professionale/sociale che raggiungerai entro i 35 anni sarà quello che poi conserverai per il resto della tua vita. C’è sempre il rischio di tornare indietro (leggi: disastri delle aziende e conseguenti licenziamenti), ma raramente di andare molto avanti.

A pensarci, la regola è un po’ brutale dal punto di vista professionale. Se è vero che spiega il perché molti (inconsciamente o meno) si sbattano tanto per arrivare a posizioni importanti entro quell’età, in qualche modo poi tarpa le ali per i 30 anni (almeno, visto il trend pensionistico) di carriera successivi. Se faccio mente locale, la regola è valsa per molti dei trentenni incontrati negli scorsi anni.

Per quanto mi riguarda io sono professionalmente sereno; continuerò ovviamente a lavorare bene ma penso di avere una posizione sensata sul medio termine. Sul lungo, onestamente, non faccio alcuna previsione, visto l’andazzo macroeconomico: le storie difficili di alcuni lettori della Cuccia di cui ho grande stima insegnano che la sòla è dietro l’angolo e questi tempi in effetti non aiutano.

Il dubbio di fondo è che la regola dei 35 anni abbia un senso se nel frattempo si è messa su famiglia. Se arrivi a quell’età e ad esempio hai dei figli, il fatto di rimanere lavorativamente tranquillo senza azzardi magari più remunerativi ma appunto più rischiosi, sicuramente fa parte del gioco. Ma cosa succede se non sei riuscito a trovare un/una partner e magari aver fatto i figli in questione?

Probabilmente è lì che iniziano le complicazioni della pur semplice regoletta di fondo. È lì che si creano quelle situazioni un po’ paradossali di quarantenni che improvvisamente vogliono diventare madri/padri o di trentenni che tutto a un tratto si sentono in ritardo e cominciano a correre ai ripari, creando bolle utilitaristiche più che sentimentali, ottime per finire con divorzi dolorosi per entrambi.

Tra un mesetto varcherò la soglia dei 33 anni. Sono lontano un paio d’anni dal salto dello squalo e quindi guardo con curiosità a cosa mi aspetta nel prossimo biennio. Sia professionalmente, visto che dubito si possa fare grande carriera con il contesto che ci circonda, sia dal punto di vista personale. Ovviamente, la speranza è di non diventare uno zimbello anch’io, da qui a qualche anno.