Come mi ha fatto giustamente notare Boh in commento al post precedente, avevo promesso ai lettori della Cuccia di raccontare le mie impressioni sul concerto di Giovanni Allevi seguito a Milano la scorsa settimana. Durante l’evento ho provato a raccogliere un po’ di impressioni ma mi sono ben guardato dallo scriverle immediatamente: sarebbero state comunque troppo “estreme”, nel bene e nel male. Ora i ricordi hanno iniziato a sedimentare e perciò li posso esprimere più serenamente: per farlo, li separo in categorie, in modo che il giudizio su uno degli aspetti non infici gli altri.

Il Teatro Arcimboldi

Cercando altro (alla faccia della serendipity), stamattina in treno ho trovato proprio un vecchio post su 02Blog.it che parla del Teatro Arcimboldi di Milano: visitatori, residenti e studenti universitari confrontano il loro giudizio e non sembrano emergere grossi pareri positivi. A me non è piaciuto molto: troppo impersonale. Unico aspetto positivo: l’essere di fronte alla Stazione ferroviaria di Milano Greco Pirelli, che diventa particolarmente utile come punto di snodo del Passante Ferroviario, ma anche come capolinea di coloro che, come me in quel frangente, arrivano da città vicine.

I tempi del concerto

Iniziare con mezz’ora di ritardo non è mai chic, anche e soprattutto quando in sala ci sono dei ragazzi giovani che, per vari motivi (orari dei mezzi pubblici, vincoli dei genitori e così via) devono andare via relativamente presto, ma anche degli adulti che il giorno dopo devono andare al lavoro; far aspettare un’ora i fan per gli autografi, invece, è un vezzo da diva dell’Ottocento. Il concerto in sé, al contrario, ha i tempi giusti: una prima parte, non troppo lunga, di piano solo, una seconda abbastanza corposa di sola orchestra, una terza mista per concludere il programma prima dei bis.

Il personaggio

Giovanni Allevi è ormai un nome conosciuto, anche se non tutti coloro che hanno ascoltato i suoi pezzi più celebri hanno idea di chi si celi davvero dietro questo nome. Altri, invece, lo conoscono più in quanto personaggio da Mai dire Martedì che in quanto musicista. I fan lo adorano proprio per il suo muoversi sul palco mentre racconta la sua vita, timoroso e gesticolante. Sul Web lo distruggono abitualmente a pié sospinto, citando brani del suo libro. All’uscita del concerto, TUTTI si pongono la stessa domanda: «Ma c’è o ci fa?» (senza risposta).

La musica

Tutto sommato piacevole, nel suo essere una sorta di colonna sonora da film senza immagini che scorrono dietro, con particolare cura per le tonalità più delicate. Tolta l’inascoltabile Jazzmatic e l’infinita 300 anelli, gli altri pezzi scorrono veloci e ben suonati dall’orchestra. Brilla in particolare Foglie di Beslan, che non a caso viene ripresa anche nel bis. Giovanni Allevi è bravo come compositore di un genere musicale relativamente nuovo, ma che pesca fortemente nella tradizione del Novecento: una specie di Ennio Morricone de noantri, più vicino ai giovani.

Le conclusioni 

Qualcuno nel pubblico si emoziona, altri ascoltano in maniera attenta, tutti battono le mani a più non posso e così sorge il dubbio che il pubblico di Allevi sia fatto da giovani ultrà (soprattutto di sesso femminile) che difendono il loro idolo a spada tratta piuttosto che da melomani interessati a cogliere la complessità delle spartiture. Giovanni Allevi appare sul palco come un Keith Jarrett che non improvvisa, come un Mozart del catasto: arriva, racconta la sua vita, si siede, esegue il suo dovere e passa ad incassare gli applausi. Molto metodico, si direbbe, più che melodico.

Il concerto, in ogni caso, merita un ascolto. Che siate amanti delle orchestre più tradizionali o abbiate apprezzato (come me) lo spot della BMW che aveva come colonna sonora (appunto) Come sei veramente, provate ad andare ad ascoltare Giovanni Allevi e la sua orchestra suonare l’ultimo album ed i pezzi più noti della carriera. Poi, forse, vi verrà voglia di chiedergli di smetterla di fare la star, citando lo spot che lo ha lanciato presso il grande pubblico…

«Sei raggiungibile ovunque. Sai sempre dove andare. Hai il totale controllo della tua vita. Ma sei ancora capace di perderti?»



3 Comments to “Giovanni Allevi al Teatro Arcimboldi di Milano”

  1. Titì | Luglio 12th, 2008 at 16:48

    Hihihi, un Mozart del catasto. Mitico. :-P

  2. Alessia | Luglio 13th, 2008 at 00:20

    Cito: “melomani interessati a cogliere la complessità delle spartiture”. Prima inesattezza: melomane è chi ama il canto (lirico, solitamente) che nulla ha a che fare con Allevi e i suoi brani. Seconda inesattezza: si valuterà forse la complessità di una partitura e non di una “spartitura” (che, immagino, tu voglia far derivare da spartito). Se poi si vuol andare ad indagare questo tema, chi abbia studiato un minimo di armonia sa bene che i brani di Allevi possono suonare orecchiabili, semplici, evocativi ma sono - parlando di strutture musicali - tutt’altro che banali e, a livello esecutivo, tutt’altro che semplici. Ho amici diplomati in pianoforte al conservatorio che lo apprezzano e altri no (del resto: alcuni amano Chopin, altri Mozart, altri Bartok, qualcuno persino Cage) ma tutti lo usano per tenersi in esercizio, segno che non si tratta propriamente di brani per principianti.
    Poi, giusto per fare un’analogia: grammaticalmente parlando, il “m’illumino d’immenso” di ungarettiana memoria è poco più di una frase minima. Eppure sta in tutte le antologie scolastiche a emblema di un intero movimento poetico. Forse occorrerebbe rispolverare la differenza tra denotazione e connotazione che spero si insegni ancora nei licei classici.
    Quanto alla questione del “Giovanni Allevi ci è o ci fa?”, libero di mantenere il dubbio. Per quello che ho vissuto e per le volte che ho potuto vederlo da vicino so che se fossi in lui mi comporterei esattamente così: ho talento, ho avuto fortuna e adesso passo alla cassa della vita a riscuotere quello che anni di sacrifici e umiliazioni mi hanno negato. Di più: se sono ansioso e soffro di attacchi di panico, stresserò il prossimo (fosse anche un teatro intero) con gli aneddoti legati alla mia sofferenza: per esorcizzarla, per arrivare alla catarsi, per imparare a conviverci. Ci è o ci fa? Sono convinta che Giovanni sia autentico nel suo modo di porsi al pubblico e nelle sue composizioni. Il marketing ce lo mette lo staff e resta da capire come andrà avanti questa “convivenza forzata”.
    E adesso basta, tanto sono già passata per una “talebana” di Allevi.

  3. ex-xxcz | Luglio 14th, 2008 at 20:12

    Uff, che acidità! Anch’io allora faccio un po’ di precisazioni…

    Dal De Mauro Paravia: “Melomane = Chi è estremamente appassionato di musica, spec. lirica”; giusta l’etimologia che segnali, ma ormai il termine si usa con un senso decisamente più esteso di quello originale.

    Riguardo alle “spartiture”: è stato evidentemente un lapsus derivante da una modifica last minute del testo (la frase originale era “melomani interessati a cogliere la complessità dei suoi spartiti”), sorry.

    Per il resto: non capisco il perché del tuo arroccamento. Arrivi a dimostrare esattamente ciò che intendevo io: che il lavoro musicale di Allevi è tutt’altro che banale e mi dispiace che le perplessità sul personaggio (o, all’estremo, la Allevi-filia esasperata) finiscano per far parlare sempre dell’apparenza e mai della sostanza delle sue interpretazioni. Come tu stessa dici, il “problema” non è Allevi, ma l’esasperazione che il suo staff sta mettendo nel pompare il personaggio: Allevi è diventato una moda e le mode passano velocemente. Il che, direi, è sicuramente un macigno per la carriera dell’ancora giovane pianista.

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