Il punto debole di Ikea? I processi di vendita

14 giugno 2010

Avevo sospeso il giudizio, giusto due anni fa (le coincidenze della vita a volte fanno impressione), sul mio rapporto con l’Ikea. Venivo da giorni terribili a montare da solo diversi mobili e francamente mi ero ripromesso di non voler più montare roba Ikea più grande di un comodino. Promessa tutt’ora mantenuta e che penso di mantenere a lungo, a meno di cambi di scenario nella mia vita molto ma molto drastici. L’unico fattore nuovo è che, per la prima volta, con il supporto dei miei genitori, ho recentemente disegnato e poi acquistato degli arredamenti in prima persona.

Ricorderete che ho vissuto per diversi anni in case completamente arredate Ikea, al netto della cucina: da quelle esperienze abbiamo tratto informazioni utili per progettare, con il tool di simulazione fornito da Ikea stessa, gli arredamenti per la casetta milanese in progress. Il giochino è quasi divertente, sebbene il programma sia un macigno e il catalogo sottostante non sia affatto aggiornato con quello attualmente disponibile nei negozi italiani; tuttavia, non manca una dimensione ludica che permette di sbizzarrirsi a sufficienza prima di procedere agli acquisti più importanti.

Il Progetto che ne viene fuori può essere salvato sui server Ikea e da lì ripreso in alcuni reparti, come quello cucina (speando che il principio possa essere esteso ad altri ambienti) e “vagliato” dallo staff esperto. Ed è qui che inizia a sorgere qualche sospetto sui processi svedesi: una volta chiuso il disegno, lo stesso viene stampato e poi ricostruito a mano, compilando a penna un foglio fotocopiato che tendenzialmente descrive gli estremi della cucina. Da lì poi viene aperto un ordine sui sistemi Ikea, senza collegamento con le anagrafiche già inserite (es. Ikea Family).

In quest’ordine vengono inseriti, confidando nella buona memoria dello staff di ogni reparto, i singoli item. Le scene sono sorprendenti: ad esempio, l’esperto degli armadi componibili Pax, digita i singoli elementi esterni/interni che gli vengono detti a voce da parte dell’acquirente che cerca di ricordare (anch’egli) a memoria quanto disegnato a casa. L’ordine cresce di reparto in reparto e progressivamente perde alcuni pezzi: su insindacabile scelta Ikea, infatti, alcuni singoli item devono essere ritirati e pagati in maniera indipendente al piano sottostante.

La mia esperienza, ad esempio: i 2-3 pensili che ho ordinato per la cucina hanno proseguito, insieme agli armadi e alla libreria, in maniera trasparente fino all’arrivo a casa mia; il piano di lavoro della cucina scelto avrei dovuto prenderlo io “perché la consegna a domicilio parte da Piacenza e invece questi piani li teniamo qui in negozio” (eh?), così ne ho scelto uno disponibile insieme ai pensili; altri oggetti come tavolo, sedie, rete, materasso sono passato a prenderli io nel deposito sottostante, li ho portati alla cassa e poi li ho riconsegnati all’ufficio Trasporto e Montaggio.

La faccio breve: qui miracolosamente gli item portati a mano si sono ricongiunti virtualmente con quelli dell’ordine principale, portando complessivamente le spese “extra” a circa 400 Euro, di cui 200 per il solo montaggio dei pensili da cucina (il cui valore, ovviamente, era inferiore al costo del montaggio stesso). A distanza di oltre tre settimane ho ricevuto la fatidica telefonata di ItalMondo, partner dell’Ikea e ho fissato trasporto e montaggio per il giorno successivo; appuntamento in realtà diviso in tre squadre: trasporto, montaggio cucina, montaggio altri mobili.

La qualità del lavoro? Pessima. Vetri rotti, ante montate male, fori nei muri con relativa vicina disperata, pareti macchiate e così via. Moduli di soddisfazione del Cliente compilati a mano da parte delle squadre, senza possibilità di scrivere davvero dei danni ricevuti se non quello del vetro rotto, con ulteriore viaggio obbligatorio a Corsico per ritirare il pezzo sostitutivo per montarselo da soli. Squadre di abilità diversa, accomunate dalla voglia di finire presto per correre da altri Clienti (ovviamente sono pagati per numeri di appuntamenti affrontati quotidianamente).

La qualità dei mobili? Decente. La lezione insegna che con meno di 2.000 Euro si riesce ad arredare decentemente un monolocale; la qualità, peraltro, è davvero configurabile. Restano magari mediocri le strutture portanti, ma ad esempio è possibile selezionare ante di qualità molto diversa, dal super-low cost al design di frontiera. Le misure, le forme, sono altrettanto flessibili e proprio questa è la grande forza del modello Ikea rispetto all’arroganza dei distributori italiani. I processi di vendita (e la scelta dei partner) probabilmente è meglio migliorarli.

Cioccolato-dipendente

30 maggio 2010

Quando con gli amici a cena capita di parlare di piccoli e grandi eccessi dell’adolescenza, racconto spesso che, al di là di qualche birra di troppo, non ho mai avuto “vere” dipendenze: né fumo, né droghe, leggere o pesanti. Una mini-dipendenza semmai lo sviluppata ai tempi dell’Università: quella per il cioccolato. Detta così fa un po’ sorridere, ovviamente. Però ricordo chiaramente che il primo pensiero quando si iniziò a parlare della possibilità di andare a lavorare in India durante l’estate del 2002, il mio primo pensiero fu: “E con la cioccolata come faccio? La porto da Padova? Si può portare su un volo aereo intercontinentale?”.

Pensieri un po’ disfunzionali, lo so, ma non dissimili da coloro che, ad esempio, non riescono a vivere senza sigarette. L’unica differenza, penso, stia nel fatto che la cioccolata, soprattutto quella di qualità, è molto meno dannosa del fumo e fa ingrassare in maniera significativamente inferiore rispetto agli altri tipi di dolciumi. Come qualcuno ricorderà dai tempi dell’EGDS, negli ultimi anni ho sofferto di ernia iatale: questo dovrebbe essere un buon motivo per smettere di mangiare cioccolato, visto che è noto come quest’alimento, come il pomodoro, fa sentir male chi è affetto da questa patologia. Ma si può davvero far senza?

Si può evitare di abbuffarsi di cioccolato, ma così come vedo difficile vivere senza pomodoro, ritengo quasi impossibile non incappare anche solo in una briciola di cioccolato disseminata qui e lì. Proprio dai tempi dell’India ho abolito la “striscetta” quotidiana, ma ho continuato a spilucchiare dolci senza grossi problemi. Una vita senza dolciumi è proprio triste e in fin dei conti è bello ogni tanto concedersi una piccola “coccola” alimentare. Questo è il motivo per cui, magari non in maniera così costante come ai tempi dell’Università, nelle ultime settimane ho ripreso a comprare e gustare tavolette di cioccolato.

Quelle extra-fondenti di sempre, ma anche quelle fondenti con nocciole intere, che sono un po’ la passione degli ultimi mesi, più qualcosa “sperimentale”, firmata dalle grandi marche internazionali di qualità. Massimo una striscia quotidiana, come sempre: immagino che una ventina (a dire tanto) di grammi di cioccolato al giorno non possano farmi troppo male, anche se come sempre continuerò a tener d’occhio gli eventuali impatti sulla salute. Poi magari tra qualche mese finirà tutto di nuovo… Le dipendenze sono sempre imprevedibili, anche quando sono bizzarre come quella per il cioccolato.

Lavando i piatti

16 maggio 2010

I think of you during the most random times...

Circola su Tumblr questa immagine che mi ha fatto sorridere sin dalla prima volta in cui l’ho vista. Perché, pur se sono un maschietto, questa scena l’ho vissuta migliaia di volte negli scorsi anni: a Padova, a Torino, a Nizza, a Bergamo… Magari la persona oggetto della mia attenzione era diversa a seconda della fase della mia vita, ma il tipo di pensiero era simile, lavando le pentole o dedicandomi a piccole e grandi faccende quotidiane. L’ho fatto persino a Milano, quando la persona cui pensavo era imbronciata nella stanza accanto.

L’aver trovato nelle scorse settimane un appoggio casalingo a Reggio Emilia, giusto a un anno di distanza dall’arrivederci a Bergamo, mi ha riconciliato con queste piccole abitudini. Con la possibilità di cucinare cosa, quanto e quando voglio, con la versatilità di potermi rilassare nel week-end e crollare in santa pace sul divano al ritorno dal lavoro, con la necessità di lavare le stoviglie, pur con i miei tempi tutto piacevolmente strampalati che solo un single può avere. Anche se mi domando a chi dovrei pensare, in questo periodo.

Oggi, lavando i piatti o camminando per andare al lavoro o trotterellando per le corsie del supermercato, penso soprattutto alle vite altrui. Ho come la sensazione che forse avrei dovuto farlo di più in passato, quando ero egocentricamente dedito alla coppia come solo chi è veramente innamorato può esserlo. Ho sempre vissuto le storie d’amore in maniera così assoluta da non aver mai avuto tempo di seguire le storie delle altre persone come meritavano, di coppie di amici a loro volta in preda all’idillio o magari in difficoltà.

Mentre io a mia volta vivevo idilli o difficoltà, pensavo solo a me, a lei, a noi, pensando di volta in volta di trovarmi al centro del mondo. Oggi mi mancano i piccoli gesti quotidiani degli anni scorsi, i week-end di piatti prelibati e sonnellini abbracciati, però penso di essere migliorato come persona; dopo l’ennesima storia finita male, negli ultimi mesi sono riuscito a concentrarmi di più nell’ascoltare gli altri, invece di stressarli solamente a proposito di ciò che stavo vivendo io, in particolare nei rapporti di coppia.

Sono molto più rilassato di un anno e mezzo fa e questo in qualche modo crea un circolo virtuoso anche col lavoro, visto che non si capisce se mi stanco di meno (dubito) e quindi sono più tranquillo o essendo meno preoccupato riesco a lavorare in maniera più serena (probabile). Immagino che da un momento all’altro tutto cambierà di nuovo, per una nuova ventata d’amore, una nuova città in cui vivere, una nuova attività: per ora, mi godo la calma della vita quotidiana, i racconti degli amici, persino i piatti da lavare.

Tolleranza zero

30 aprile 2010

Ho avuto la fortuna, negli ultimi anni, di conoscere persone di molte nazionalità diverse. Poche negli anni dell’Università, tantissime in quelli dei Master, numerose negli anni successivi. Le ho conosciute nel loro Paese o in Italia, in veste di migranti o di studenti in scambio internazionale, con le loro famiglie in giro turistico per l’Europa o in giro per aeroporti per motivi di lavoro. Parlo di “fortuna” perché ho capito nel corso degli anni che le differenze culturali profonde, al di là degli slogan e del buonismo, sono un bel propellente per la propria crescita personale e professionale.

Il buonismo, a dire il vero, l’ho perso per strada negli ultimi mesi vissuti a Milano. Dopo anni passati a contrastare slogan politici contro l’intolleranza verso gli stranieri ospiti nel nostro Paese, ho iniziato a capire l’origine di tanta rabbia. Ho vissuto sulla mia pelle il confronto infelice con persone accomunate più da una totale inaffidabilità che dalla nazionalità, di volta in volta differente. Ed ho visto scene poco edificanti, vissute da queste persone con fare indifferente, a volte insensibile del rispetto e della convivenza. E ci sono rimasto male, veramente, tremendamente male.

Quando ne ho parlato con i miei amici e conoscenti stranieri, ho trovato una comunanza di riflessioni solo in apparenza sorprendente. Ho capito che la nazionalità non è mai una scusante o un motivo per difendere chi è nel torto, li ho visti arrabbiati quanto e più di me per i comportamenti dei loro (ex) compatrioti che, al contrario loro, non hanno voglia di integrarsi ed anzi danneggiano, con tutta evidenza, anche i loro sforzi di integrazione. Ho pensato ai miei nonni che vivevano in Belgio da migranti rispettabili, ho immaginato la rabbia nell’essere paragonati ad italiani poco seri.

Oggi, quando sento parlare di tolleranza zero, sospetto che i veri intolleranti, volenti o nolenti, siano proprio i miei amici stranieri. “Intolleranti” più per necessità di differenziarsi che per motivi politici, come avviene per i veri intolleranti, gli Italiani, che magari sulla xenofobia costruiscono la propria immagine pubblica. Vedo i loro occhi carichi di sdegno quando passano vicino ai nugoli di stranieri che ciondolano nei luoghi pubblici, avverto un forte senso di impotenza ed a volte persino una difficoltà reale ad esprimere l’impossibilità di difendere i loro fratelli andati alla deriva.

Non saprei cosa fare, onestamente. Milano è un far west e non penso sia realmente colpa solo “degli altri” (meridionali o stranieri) come cercano di sostenere i Leghisti. Milano vede interi palazzi, anche non troppo lontani dal Centro, andare in crisi a per la speculazione di chi negli scorsi anni ha venduto sogni in cemento a chi non poteva permettersi davvero un mutuo, ma trovava una banca disposta a concederglielo. Quei palazzi, quelle aree urbane, quei quartieri, stanno andando in cancrena. E non è colpa degli stranieri, ma di noialtri che li abbiamo illusi e abbandonati.

La delicatezza intrinseca degli aerei

17 aprile 2010

Arriviamo tranquilli, io e mia sorella, all’Aeroporto di Lamezia Terme. Sono le 6 e un quarto della sera di una domenica primaverile ed i nostri genitori ci accompagnano premurosamente al nostro volo comune per Roma, con successiva diramazione delle tratte successive. La tranquillità deriva anche dalla possibilità di fare il check-in al banco dedicato Alitalia, che ovviamente non ha troppa fila: faccio passare lei, poi rapidamente è il mio turno. L’hostess inizia a sudare freddo: il mio volo per Bologna ha cambiato aeromobile ed ora non c’è più posto, nonostante manchino oltre 3 ore alla partenza.

Intuisco che il mio primo esperimento di volare su Bologna invece che su Milano per raggiungere prima la sede del Cliente a Reggio Emilia non avrà molto successo; come beffa, dopo mezz’ora di attesa ed un salto in biglietteria Alitalia, il check-in viene eseguito proprio per Milano Linate. Imbarco senza speranza la valigia e non a caso, quando arrivo a mezzanotte a Linate con ampio ritardo, non la ritrovo affatto. Dopo file immense per le varie denuncie di smarrimento (praticamente tutto il oma-Milano senza valigie), parto con una decina di persone in autobus per l’aeroporto di Bologna.

Mano a mano racconto le mie vicissitudini su FriendFeed, trovando orecchie amiche che mi consolano e mi sostengono, fino all’arrivo in treno (quasi alle 5 del mattino) a Reggio Emilia. Penso di essere stato sfortunato, ma ripenso a situazioni come la notte in aeroporto a Reggio Calabria ed inizio a sospettare che le situazioni assurde siano all’ordine del giorno. In effetti, leggendo assiduamente Giusec & frienz, mi rendo conto che i frequent flyers sono in balia continua degli imprevisti, che vanno dalle condizioni meteo alla perdita della valigia le uniche volte in cui non si ha il solo bagaglio a mano.

The Economist ha pubblicato questo banner nelle scorse ore sul proprio sitoPoi guardo il banner che The Economist ha pubblicato nelle scorse ore e penso che stavolta siamo ad un evento epocale per l’aviazione civile. Penso che il problema “logistico” di una delle riviste più importanti del mondo in questo momento lo stiano vivendo migliaia di imprese; da un lato, l’impossibilità di trasportare in tempo merce deperibile, dall’altra milioni di persone bloccate dal tornare in ufficio dalla trasferta o dalla vacanza. Dobbiamo essere felici che questo mega-blocco abbia colpito nel week-end: se continuerà da lunedì in poi, alcuni danni diventeranno memorabili.

Altro che 11 settembre, qui si sta parlando di decine di migliaia di voli aerei annullati in questi giorni e soprattutto senza troppo certezza sulla fine dell’emergenza. I rischi per gli aerei sono tali che da un lato ci si rende conto della delicatezza di questi bestioni volanti, dall’altro si ringrazia il sistema internazionale per essere così cautelativo da bloccare i voli prima che si possa verificare anche il minimo disguido. Certo, se a questa cautela si aggiunge la normale disorganizzazione che regna in scali come Roma Fiumicino, il tutto si fa troppo ingessato per essere efficiente.

Cosa succederebbe/succederà se la situazione di stallo perdurasse per qualche mese? Sicuramente molte delle nostre abitudini muterebbero: lavoro, vacanze, gestione delle emergenze cambierebbero volto e dovremmo imparare a gestire diversamente molte delle nostre attività, tranne una, la vita in Rete. Quella, bello o brutto da dirsi, è una delle poche cose che non risente dei voli interrotti: si può continuare ad inviare e-mail di lavoro o di piacere, fare videoconference tra colleghi e chiamate via IP tra fidanzati, condividere informazioni sui social network. E leggere The Economist.