Questo post, per me, rappresenta una profonda sofferenza. Perché devo necessariamente parlare, in termini negativi, di persone che stimo ma che hanno scritto brutte cose (quindi incide sul personale), di iniziative di e-commerce travolte nella polvere (quindi attiene ai temi professionali che mi sono cari da sempre) e di cattiva gestione di Risorse Umane (quindi è strettamente legato al mio attuale ambito lavorativo). Non è un articoletto che affronta la questione dal punto di vista del marketing (visto che altrimenti l’avrei pubblicato altrove), ma non è nemmeno “personale” come quelli di solito pubblicati sulla Cuccia. Sta qui perché non può stare altrove, ma è importante che ci stia.

Riassumo brevemente i fatti cui mi sto riferendo, riprendendo la lettera aperta che Luca Conti ha scritto alla Direzione della società coinvolta nel fattaccio:

«San Lorenzo avrebbe deciso di delocalizzare il suo call center italiano. A quanto scrive Il Secolo XIX sembrerebbe che verrebbero quindi licenziate 600 persone e che il tutto sarebbe scaturito da controlli dell’INPS, per i quali viene contestata a San Lorenzo una evasione contributiva di 10 milioni di euro.»

In queste poche parole viene riassunto il destino di 600 persone, di una società e dei suoi manager. La società in questione è San Lorenzo, l’azienda ligure che tramite vendita diretta (telefono, e-commerce, etc.) commercializza prodotti tipici italiani in tutto il mondo e che non dismetterà la propria attività: semplicemente, delocalizzerà la maggior parte delle sue operations in Romania.

Per gli internettari meno informati ma più sensibili: sì, si tratta proprio di quella San Lorenzo, quella del Social Club, di quell’azienda che grazie alla guida illuminata di Antonio Tombolini, si è creata un’immagine talmente positiva in tutta la blogosfera italiana da essere diventata una presenza attesa in tutti gli eventi organizzati dagli internettari italiani, BarCamp in primis. Nella maggior parte degli eventi tenuti sino ad ora, d’altra parte, San Lorenzo ha offerto un buffet composto dalle sue specialità, ottenendo inevitabili commenti positivi sui blog di tutti gli astanti. E pensare che tutto era iniziato con l’invio di un vasetto di pesto ai blogger italiani più influenti…

Proprio Antonio Tombolini, una decina di giorni fa, ha aperto il dibattito, con un intervento in cui, con estremo rancore, difende a spada tratta l’azienda ligure e le sue poco felici scelte manageriali. Chi conosce Mr. Simplicissimus, chi come me lo segue dai tempi di Esperya, fa fatica a riconoscerlo. L’istrionico ex-presidente dell’Azione Cattolica diventato dirigente del Partito Radicale, paladino dei diritti civili e fine intellettuale, diventa un rabbioso manager che cerca di difendere l’indifendibile. Che cerca di contro-denunciare le autorità che hanno colto l’azienda per la quale lavora con le mani in pasta. Che cerca di dimostrare che l’azienda in questione non poteva fare altro che chiudere in Italia ed aprire in Europa centrale. E peccato (parole testuali)

«che per un ultimo residuo di protezionismo non possono ancora venire a lavorare direttamente in Italia, cosa che potranno fare tra un paio d’anni»,

anche se verrebbe da chiedergli con chissà quale contratto, se e quando accadrà.

Ancora Luca Conti ha ospitato la risposta della direzione generale della società: lettera che fa riflettere ancora più della rabbia Tomboliniana. La signora Cardinale (o il suo ghostwriter) cerca di spiegarci che i dipendenti (anzi: le dipendenti, vista la quasi totalità di donne) ci tenevano ad essere precari:

«sono venditori, vogliono riconosciuto il merito»,

«riteniamo sia indispensabile la flessibilità di orario, sono gli stessi collaboratori che la chiedono»,

quindi il contratto a progetto andava benissimo. In Italia, d’altra parte, c’è il luogo comune per cui part time, orario flessibile, contratto di agenzia e contratto a progetto finiscono tutti nello stesso calderone di “lavoratori atipici”. E così le povere lavoratrici di San Lorenzo (600, sei-cento persone, non 10 o 100), indubbiamente propense a lavori tappabuchi-di-bilancio-familiare, sono finite nel calderone, rimanendone asfissiate. Nonostante di progettuale, nel loro lavoro, ci fosse ben poco.

I lettori della Cuccia sanno che ho poca o nulla simpatia per il lavoro a tempo indeterminato. Questo deriva dal mio percorso professionale: lavoro da sempre per progetti, ho sempre cercato di farmi pagare sulla base di progetti. Non è difficile sentirsi “atipici” quando lo si è davvero e per scelta: lavoro secondo i miei ritmi, non ho capi, vengo pagato in base ai risultati professionali. Ma se da anni sono seduto tutti i giorni davanti ad un PC con una cuffietta a vendere olio od allo sportello di una banca a contare i soldi, non sto vivendo alcun progetto: sono solo un dipendente cui vengono negati i diritti di base.

Quando ho fatto notare a Tombolini che nella pagina “Imperia, la sede storica” del sito ufficiale di San Lorenzo appariva questo testo

«Incontri, riunioni, e soprattutto il Customer Care, certo. È qui il cuore del rapporto tra San Lorenzo, i suoi produttori e i suoi clienti»,

il nostro ha risposto irosamente che una cosa è il call center di assistenza clienti, un altro il call center di vendita. Come dire: la differenza tra inbound ed outbound segna il destino della cuffietta a tempo indeterminato vs. il microfono disoccupato.

Mi dispiace che il lato oscuro della forza si sia impossessato del “nostro” Tombolini, di colui di cui scrivevamo nelle nostre tesi di laurea come massimo esempio positivo dell’e-commerce italiano. Rimarrà immutata la stima professionale nei suoi confronti conquistata in anni di duro lavoro, ma si è dissolta nel nulla la bella immagine che San Lorenzo, costruita in pochi mesi di gloria.

Hanno cercato di convincerci che per l’azienda imperiese sia stato un motivo d’orgoglio rinunciare ad una sanatoria fatta per evitare una multa da 10 milioni di Euro, ma non li si può che biasimare poiché, per risparmiare qualche migliaio di Euro di contributi, hanno evitato di assumere (almeno part time, non sia mai), le persone che per anni hanno preso in giro come pseudo-lavoratori a progetto. E questo detto da chi, i lavori a progetto, li fa per scelta.



2 Comments to “San Lorenzo, Antonio Tombolini e la gestione del (finto) precariato”

  1. Antonio Tombolini | 2 Luglio, 2007 at 10:36

    Uhm… libero di pensare, nel merito della faccenda, quello che vuoi, ovviamente.
    Non vedo però perché, per sostenere il tuo punto di vista, tu debba ricorrere alla mistificazione di un Antonio Tombolini che improvvisamente “diventa un rabbioso manager…”, o che risponde “irosamente”. Tanto più se tali apprezzamenti vengono offerti senza il beneficio di esporre i brani testuali da cui ricavare la mia idrofobia e irosità  (basterebbe che tu linkassi alla risposta che ti ho dato, per consentire a chiunque di verificare direttamente quanto fosse “irosa” la mia risposta).

    Quanto alla “sorpresa”, evidentemente sei tu a conoscere poco (e non è certo una colpa!) “mr. Simplicissimus”. Avresti altrimenti saputo che da tempo, da molto tempo, diciamo da almeno 7 anni, sostengo che uno dei punti chiave per sbloccare, in senso favorevole sia ai datori di lavori onesti che ai lavoratori, la situazione del mondo del lavoro in Italia *consiste nell’abrogazione del famigerato articolo 18* dello statuto dei lavoratori.

    Senza rabbia, né irosità , tuo, Antonio (e non chiamarmi “manager”, please, ché potrei offendermi!).

  2. ex-xxcz | 2 Luglio, 2007 at 10:50

    Grazie per la risposta.

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