Da high potential a low performer il passo è breve

30 Novembre 2007

La cosa più bella che possa succederti, all’inizio della tua carriera professionale, è di venire etichettato come “high potential“: vuol dire che, in pochi mesi, hai dimostrato un potenziale di crescita tale da poter ambire rapidamente a posizioni di responsabilità, magari insolite per persone della tua età, in cui potrai dimostrare fino in fondo il tuo essere smart, preparato e ambizioso. Le strade davanti a te si aprono in maniera anche inaspettata: i tuoi interlocutori iniziano ad inserirti in “percorsi professionali” fuori dalla media, sicuri che sarai sempre all’altezza delle sfide. Anche la tua retribuzione aumenta rapidamente: l’azienda ha scoperto di avere un’ostrica tra le proprie cozze e ti concede maggiori retribuzioni e maggiori benefit rispetto ai tuoi coetanei. La paura di perdere la perla a favore della concorrenza è troppo alta.

La cosa più brutta che possa succederti, durante la tua carriera professionale, è di venire etichettato come “low performer“: il tuo rendimento viene considerato inferiore agli standard ritenuti idonei per essere promosso. Anzi, ti si inizia a rinfacciare che guadagni troppi soldi, che hai troppi benefit e che non ti sbatti abbastanza. Poco importa se in realtà lavori notte e giorno ed in questo limbo ci sia finito per tua scelta o per volere dei tuoi capi: magari sei stato inserito in quell’ufficio per un impiego temporaneo, poi sei rimasto legato a quella scomoda sedia per anni. Magari il passaggio, più che dalla tua volontà, è derivato da una fusione aziendale, da un cambio della normativa o da un momento difficile di mercato: eppure, nonostante tu possa sbracciarti per far capire ai tuoi capi la situazione, una volta “guadagnata” l’infausta etichetta, difficilmente te la toglierai di dosso.

In questi anni di consulenza nell’ambito della Gestione Risorse Umane, di low performer ne ho visti parecchi: a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti, nelle aziende Clienti ed in quelle in cui lavoravo. Qualche giorno fa, poi, ho ascoltato una storia istruttiva anche in taxi: la storia di un ex informatore scientifico del farmaco passato da vedette della sua azienda farmaceutica a giornalaio di provincia senza fortuna a tassista squattrinato e pauroso (a causa dei furti subiti) per le strade di Milano. Una vicenda triste ascoltata da un uomo solo, che a 50 anni ha un reddito appena sufficiente per vivere da solo ed ora passa le giornate a dispiacersi per non aver potuto costruire una famiglia, a causa delle ristrettezze economiche cui è stato condannato dalla discesa agli inferi nella sua vita lavorativa.

Di veri high potential, invece, ne ho visti pochi. Ho visto spesso persone “pompate” dai propri capi per motivarle durante periodi particolarmente intensi, poi abbandonate a sé stesse nei momenti di magra. Ho visto consulenti “comprati” a peso d’oro da un manager di un’Azienda che si era professionalmente innamorato di loro ai tempi in cui anch’egli era un consulente o successivamente, quando questi presunti high potential avevano prestato la propria opera nell’Azienda stessa; dopo pochi mesi, li ho visti etichettati come low performer e buttati in un qualche ufficio nelle retrovie. Perché se è vero che le persone cambiano nel tempo, è pur vero che i loro capi cambiano giudizio e ruolo piuttosto sovente; così il destino degli high potential è quanto di più fatuo. Il passaggio a low performer è sempre dietro l’angolo.

Bambini, adolescenti e morbosità degli adulti

21 Novembre 2007

Tra vita in Rete, corso di inglese e week-end in compagnia, nemmeno quello che dovrebbe essere etichettato come “tempo libero” riesce davvero ad essere un momento opportuno per sedersi a leggere un magazine di approfondimento o i quotidiani che si accumulano intonsi da una settimana all’altra. Così la mia possibilità di informarmi passa quasi esclusivamente dai quotidiani on line: un occhietto al mattino prima di andare in ufficio, un salto durante la (teorica) pausa pranzo, un po’ di lettura alla sera, anche solo per trovare spunti di riflessione per discutere con le persone che mi sono care, scrivere qualche post o semplicemente farmi un’opinione sul mondo che mi circonda.

Negli ultimi giorni (e la cosa è iniziata del tutto casualmente), mi sembra di leggere continuamente notizie che vanno tutte nello stesso senso: pur saltando a pié pari gli articoli di cronaca nera ed i relativi gossip (che ritengo assolutamente poco interessanti), noto che i box degli articoli più letti apparsi da qualche tempo sui maggiori quotidiani on line contengono quasi sempre collegamenti a notizie che parlano morbosamente di bambini troppo cresciuti, di adolescenti troppo sbandati e di adulti troppo indaffarati nel non volerli capire. Ecco qualche estratto raccolto negli ultimi giorni, tanto per capire di cosa sto parlando…

«E adesso a leggere l’ultima ricerca della Società dei pediatri presieduta da Pasquale Di Pietro, quella del 2006, vengono i brividi. Proprio oggi che anche in Italia celebriamo la Giornata dell’Infanzia. Il campione: 1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni. Una domanda. Una delle tante del questionario: “Hai mai visto un tuo amico ubriaco?”. Sì, dice il 37,4% del campione. Non solo, l’8,4% aggiunge: spesso. Un’altra domanda: conosci qualcuno tra i tuoi amici che ha fumato una canna? E questa volta è quasi uno su due (44,3%) a rispondere un tondo: sì. Un altro esempio? Tre ragazzini su quattro non esitano a confessare di fare cose che loro stessi definiscono rischiose, come ubriacarsi, appunto, bere liquori, prendere farmaci, uscire da soli la sera tardi, avere rapporti sessuali non protetti. Già: hanno rapporti sessuali frequenti, i nostri ex bambini.» (Dall’articolo “Le ragazzine e il sesso: a 12 anni senza limiti”, di Alessandra Arachi)

«Josh – salta fuori dopo la morte di Megan – non è mai esistito. La sua identità virtuale, con tanto di foto e profilo dettagliato su uno dei siti più amati dagli adolescenti, è stata creata da due adulti: i genitori di una bambina di cui Megan era stata amica, ma con cui poi aveva litigato. Abitavano nella stessa strada e continuavano a vedersi ogni tanto. Era un “gioco”, uno scherzo per farle credere che qualcuno si fosse davvero interessato a lei, per scoprirne i segreti e le confidenze e poi riportarla bruscamente coi piedi per terra, facendo sparire il ragazzo e ricordandole che “Megan è una p…”, “Megan è grassa” e “nessuno vuole diventare amico di una ragazza che tratta male i suoi amici”.» (Dall’articolo “Usa, scherzo sul web in tragedia, una ragazza di 13 anni si suicida”, su Repubblica.it)

«Sara Hamid, 16 anni, marocchina, schiacciata da un bus all’autostazione mentre tornava a casa, era una rappresentante di classe dell’Istituto d’Arte, molto attiva. Marocchina di seconda generazione, perfettamente inserita, molto stimata dai compagni. “Parecchi ragazzi mi hanno detto di sapere che quelle immagini sono finite su Internet – dice il preside, 61 anni di cui 23 alla guida delle scuole -. Non siamo riusciti a trovarle, tuttavia. Secondo me le hanno tolte quando hanno saputo che stavo per fare denuncia alla Polizia Postale, alla quale infatti mi sono rivolto. I ragazzi le hanno viste sui cellulari e forse sono finite anche su alcuni blog”. […] “Alcuni ragazzi a vedere quella scena sono svenuti o hanno pianto. Altri hanno riso davanti a quel cadavere scomposto. E c’erano parecchi studenti con zainetto in spalla che hanno fotografato e filmato i pezzi del cervello della loro compagna sparsi a terra. Una cosa scandalosa, incredibile. Mi chiedo cosa stia capitando ai nostri ragazzi, ormai molti di loro sono impermeabili a qualsiasi messaggio educativo”.» (Dall’articolo “Hanno ripreso e messo in rete la morte di una coetanea”, di Luigi Spezia)

«Tre ragazzini statunitensi, tra gli 8 e i 9 anni, sono stati accusati di aver violentato una bimba di 11 anni la scorsa settimana in Georgia. «In più di vent’anni di vita professionale, non ho mai visto nulla di simile», ha dichiarato Michael Wilkie, commissario di Acworth, la cittadina teatro del nuovo episodio di cronaca nera.» (Dall’articolo “Usa, stupratori a 9 anni. Vittima un’11enne”, su Corriere.it)

«La discoteca Shocking apre dalle 15 alle 18 solo ai minorenni, […] lolite (s)vestite da donna, con l’abbigliamento da urlo — parola d’ordine la trasparenza, meglio se assoluta — e nascosto dentro uno zainetto. Escono di casa, salutano mamma e papà con jeans, maglioncino largo, giubbotto, un normal look tra la secchiona e la brava figliola, e appena valicato il controllo agli ingressi partono per il bagno, aprono lo zainetto, e oplà. In un amen, trasformazione estetica, jeans, maglioncino e giubbotto appallottolati dentro il suddetto zainetto, consegnato, previo pagamento di euro 9, alla cassa. […] Certi appostamenti, certi movimenti, certi affondi restano nella memoria. Con il maschietto piantato lì, come un baccalà e la faccia da finto duro, al centro dell’arena, e le ragazzine attorno che lo osservano, scrutano, bocciano o promuovono con un bacio, e dopo il bacio una chiacchierata e dopo la chiacchierata mani che frugano. Con le femminucce che svettano sui cubi e, sotto ai cubi, i ragazzi che sfilano in processione, uno dopo l’altro, e speranzosi s’affidano agli sguardi delle miss. Se parte l’occhiata, lei scende e si finisce su un divanetto a raccontarsela. Se l’occhiata manco è accennata, avanti il prossimo. E così per cinque ore, in un vortice di telefonini che scattano fotografie e mandano sms, senza sosta, senza interruzione, senza pause. Una frenesia di sudore arginata dal consumo in quantità industriale della bevanda che nella pubblicità ti mette le ali.» (Dall’articolo “E il sabato pomeriggio tutte a caccia in discoteca”, di Andrea Galli)

«Meno romanticismo, più casualità. In base ai dati Eurispes nel 2002 il 17,4% non aveva mai avuto un rapporto occasionale, ma nel 2007 questa percentuale è scesa al 7,7%. Ma un ragazzo su tre non risponde alle domande. Inoltre, se nel 2002 il 54% dei ragazzi non aveva mai fatto sesso occasionale a rischio, nel 2005 si è passati al 47,7%. Il 40,1% del campione riferisce di non aver mai avuto un rapporto occasionale senza protezione ma non va trascurato quel 13,4% a cui è capitato qualche volta di non farne uso e quel 2,7% che non lo utilizza abitualmente; l’1,8% invece non prende mai precauzioni. Le ragazze sono le più idealiste. Gli adolescenti si mostrano poco sognatori rispetto all’amore. A fronte del 49,1% che vede la sessualità come l’espressione dell’amore, il 14,8% lo considera un’esigenza naturale e l’11,3% un’attrazione fra due persone. In generale, il 32,7% dei giovani ha un approccio pragmatico al sesso. Sono le ragazze, più dei ragazzi, ad essere ancorate alla visione romantica del sesso: il 63,2% contro il 22,6% dei maschi. Sempre in tema di sessualità, il rapporto riferisce i risultati di un’indagine di Telefono Azzurro-Università di Roma Tor Vergata sulle esperienze fra i 3 e 12 anni. I comportamenti auto-esploratori vengono messi in atto dal 54% delle bambine e dal 77% dei bambini. Rispetto ad un campione americano, le bambine italiane hanno comportamenti sessuali auto-stimolatori in misura maggiore; e circa il 50% delle mamme si mostra preoccupata per la sessualità infantile.» (Dall’articolo “«Il sesso? Meglio se occasionale» E in casa dilagano i figli-padroni”, su Repubblica.it)

Non saprei cosa aggiungere: mi sembra che gli articoli parlino da soli. Rispetto alla realtà (italiana o statunitense che sia, poco importa) di questi giorni, gli eccessi raccontati in Thirteen sembrano attività da educande. Le adolescenti che ti sfidano con lo sguardo per strada sono le persone adulte di domani: sarà una generazione completamente diversa dalle precedenti e non (solo) per la particolare propensione tecnologica che gli è propria. I media per ora cercano di raccontare il mondo che verrà, ma possono farlo con gli occhi di oggi: la morbosità con cui lo fanno, però, è quantomeno sospetta. Sarà anche vero che siamo un popolo di voyeur, ma non facciamo nulla per migliorare.

Sei anni di Cuccia, sei mesi di Rete sociale

13 Novembre 2007

Come è tradizione (sin dal primo anno), l’anniversario de La Cuccia di metà ottobre è passato in silenzio anche quest’anno. In questi giorni, però, ho un po’ ripensato a questo mini-evento privato ed ho deciso di scrivere due righe: a volte è necessario fare un bilancio delle proprie esperienze, soprattutto quando cambia lo scenario circostante. Lo faccio soprattutto perché, dopo anni di relativa pausa, il 2007 ha visto una forte ripresa della mia attività in Rete: il che, per chi mi conosce, è teoricamente un fattore non del tutto positivo. Chi ha seguito La Cuccia in questi anni sa che la presenza su queste pagine è inversamente proporzionale alla vita off line: sintetizzando brutalmente, fino ad ora l’equazione era più post sulla Cuccia, meno rapporti umani nella realtà.

La svolta, si ricorderà, è datata 22 aprile: in quei giorni ho deciso di vivere la mia vita virtuale in maniera più rilassata, pur non immaginando cosa sarebbe successo nei mesi successivi. Riprendere a scrivere più spesso sulla Cuccia era una delle idee; poi sono nati Pollicinor e soprattutto la piattaforma di knowledge sharing del Gruppo per il quale lavoro. E se il primo non richiede molto sforzo (semplicemente appunto lì un paio di spunti al giorno), la seconda ha travolto il mio tempo libero. Dopo le perplessità dei mesi scorsi, ora posso dire di essere felicissimo di questo approccio 2.0: è bello che il Gruppo per il quale lavori ti offra un ambiente virtuale in cui sguazzare liberamente. L’unico problema è che la mia presenza attiva in tale ambiente implica ulteriore tempo da passare in Rete, ovviamente per la maggior parte del tempo fuori dall’orario di lavoro.

D’altra parte, non è che la vita “reale” offra spunti particolarmente interessanti: belli i week-end, sonnolenti i giorni lavorativi in Banca. L’unico aspetto “frizzante” di questi 6 mesi, perciò, diventa proprio il fatto che Rete e realtà quotidiana si siano mischiati sempre più: su Facebook, ad esempio, ho ritrovato diverse decine di visi noti del mio passato (recente e non), tutte abbastanza attive. Non solo amici incontrati in Rete, ma anche colleghi di lavoro attuali e passati, amici, compagni dei tempi dell’Università, persone conosciute in India, alumni dell’MBA e persone di tutto il mondo conosciute a Nizza. Gli unici che mancano davvero, forse, sono i Clienti per i quali lavoro da qualche anno a questa parte; alcuni di loro, tuttavia, li ritrovo tra le mie connessioni su Linkedin, che giustamente viene considerato un ambiente più “professionale” dello scalcinato Facebook.

La febbre di Facebook è comunque solo un esempio di uno scenario culturale che è evoluto più in questa seconda parte del 2007 che in tutti i 6 anni di vita della Cuccia: ora posso dire che il partner dell’azienda per cui lavoro ha un blog, che mia madre usa quotidianamente GMail, che mia sorella gestisce un tumblelog, che il Gruppo per il quale lavoro spadroneggia su Second Life e che i miei colleghi consulenti caricano foto su Flickr. Un anno fa, mi si sarebbe rinfacciato di essere il solito geek un po’ strano, alle prese con l’evangelizzazione dei benefici della Rete; oggi sono uno tra i tanti utilizzatori del Web sociale e sono veramente contento di questo passo in avanti collettivo. Ora bisognerebbe capire come fare, a livello personale, un passo in avanti per riuscire a conciliare veramente vita in Rete, lavoro quotidiano e passioni private…