Se c’è un concetto che mi è rimasto impresso dai tempi del Master in European Business a Nizza, è quello di cultural clash. Ci vorrebbe Enrica Garzilli a darne una definizione precisa, magari con qualche citazione di Samuel Phillips Huntington o degli altri autori che a questo argomento, declinato nelle più svariate situazioni quotidiane e istituzionali, hanno dedicato saggi e studi. Ai nostri fini, possiamo definirlo come il momento in cui si prova a leggere una situazione sociale in un contesto diverso da quello di origine, indossando proprio gli occhiali avuti sin dalla nascita. Immaginate la reazione e le conseguenze.

Ovviamente i clash culturali sono tanto più forti quando cultura di origine e contesto analizzato divergono sensibilmente. Può capitare quotidianamente a tutti noi: non riusciamo a comprendere il perché di determinate situazioni perché ai nostri occhi appaiono radicalmente avulse dal nostro background culturale di fondo e quindi, magari erroneamente, “sbagliate”. All’apparenza, possiamo sembrare, di volta in volta, “vittime” o “carnefici”: nei cultural clash difficilmente c’è chi vince davvero, visto che per principio si perde tutti qualcosa, sia essa la comunione dei punti di vista o peggio ancora il rispetto per le proprie radici.

Sono reduce da un week-end di Pasqua in cui i clash si sono ripetuti a getto continuo, con situazioni degne di commedie statunitensi ed effetti tipici da melodramma russo. Un fine settimana in cui la mia cultura familiare calabro-belga (mix peculiare già di per sé) si è confrontata con impeto ad un approccio veneto-milanese, con tanto di scintille su tutti i fronti. Da una parte, la mia famiglia sempre più Fockers, dall’altra una ragazza che sperava di arrivare in un’oasi di serenità e pace ed ha trovato un banchetto continuo e festaiolo. Tutto molto pittoresco, mi rendo conto, ma troppo intenso da vivere, soprattutto a Pasqua.

Ora sono in trincea, con l’elmetto in testa, a cercare di spiegare a entrambe le parti in gioco la versione altrui: sul cibo, sui ruoli familiari, sulla figura della donna in casa, sulla figura dell’uomo in casa, sulle feste familiari, sulla vita a Milano, sull’idea di relax, sulla visione del mondo etcetera etcetera. Qualcosa mi dice che, prima della prossima festona familiare tutti insieme appassionatamente, passerà del tempo. Speriamo che fino ad allora tutti ci saremo ammorbiditi nelle proprie posizioni: nel confronto con gli altri, c’è sempre da guadagnarci. Se si va muro contro muro, ci si fa tutti del male e non si cresce mai.



9 Comments to “Le differenze culturali tra Nord e Sud esistono”

  1. Passeroad | 3 Maggio, 2009 at 19:44

    Noi già sul modo diverso di salutarsi (per farla breve, al nord una stretta di mano oppure una pacca sulle spalle, al sud baci ed abbracci festanti) ci abbiamo passato le nottate.

  2. ex-xxcz | 3 Maggio, 2009 at 19:49

    In effetti… Diciamo che di tutta la faccenda di cui parlavo sopra la cosa che mi ha colpito di più è stato il fatto che io e la mia famiglia siamo apparsi molto più “calabresi” di quanto sembra abitualmente ai nostri conterranei. Boh.

  3. Titì | 5 Maggio, 2009 at 15:57

    Mmmm… Che esagerazioni.

  4. Boh | 12 Maggio, 2009 at 17:52

    Calabro-belga non è male.
    Ma io mi fermo alle definizioni di Edward Said, per quanto sorpassate ormai: le differenze ci sono, innegabili, ma per lo più sono “morfologiche”, perché molto sono negli occhi di chi le vive o le estremizza a propri fini.
    In Asia o Africa le dominazioni coloniali, in famiglia quando non mandiamo giù un membro oppure una situazione. È successo a me qui a Milano, in “famiglia”; succede ovunque. In realtà credo che tu sia molto meno calabrese di quanto gli altri vedano. Almeno, a giudicare da come scrivi.

  5. ex-xxcz | 12 Maggio, 2009 at 19:05

    Che dirvi… Considerando come è andata a finire, le differenze c’erano e purtroppo la mia percezione non era affatto “esagerata”.

  6. Titì | 16 Maggio, 2009 at 20:07

    Se è andata a finire come dici per via di tali differenze che tu percepisci incolmabili, temo che i problemi allora fossero molto più profondi.
    Posso credere che tutti i giapponesi siano “musi gialli” (come ha detto di recente un nostro brillante ministro) ipertecnologici e iperlavoratori, schivi e ben educati, e che al contrario tutti i cinesi puzzino di aglio, parlino urlando e sputino per terra… Posso pensarlo, forse, ma credo che basti conoscere anche superficialmente più da vicino un gruppo di cinesi o giapponesi per capire che l’eterogeneità dei comportamenti e delle inclinazioni personali dei singoli sia assolutamente un dato universale. Voler estremizzare determinati aspetti preconcetti significa fermarsi ancora prima che ad una conoscenza superficiale dell’altro. Che cosa significa essere “calabresi”? Che cosa significa essere più o meno “friulani”? Credo, per esperienza, che sia molto più complesso cercare di capire le dinamiche delle relazioni all’interno di un dato nucleo sociale chiuso e saldamente preesistente – la famiglia in questo caso – che giudicare in base a sbrigative deduzioni di carattere “etnico”… Non si è mai visto nessuno morire per eccesso di conoscenza dell’altro. A meno che non ci si lasci convincere da un adepto di qualche strana setta omicida.
    E siccome io c’ero, posso garantire che nessuno ha cercato di strozzare nessuno con eccesso di ravioli o grigliate di pesce.

  7. ex-xxcz | 16 Maggio, 2009 at 21:02

    Continuo a pensare che tu abbia frainteso lo spirito del post e delle mie considerazioni.

  8. Titì | 16 Maggio, 2009 at 21:33

    Io il post penso di averlo capito, e ovviamente condivido la conclusione. Scontrarsi a muso duro non serve a crescere, specie nella relazione tra due persone che si vogliono bene e pensano ad un futuro insieme.
    Ma permettimi di essere scettica se dici che questioni di questo genere possano essere state l’ago di una bilancia che, a mio parere, doveva avere già qualche ingranaggio rotto.
    Ora prometto che non replicherò più però. Trovo un po’ triste parlare di cose così intime che riguardano le persone che amo di più nella mia vita attraverso i commenti di un blog.

  9. Pingback dall’articolo » Lampi di felicità | 31 Marzo, 2013 at 21:28

    […] Ricordo col sorriso lei tutta indaffarata mentre preparava la tavola con perizia, prima del pranzo con zii e nonni, mentre io le ruotavo intorno incuriosito. Per il resto quel week-end era stato deleterio per la nostra storia, che finì pochi giorni dopo, ma sorvoliamo. […]

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