Anche mio nonno se ne è andato

23 Gennaio 2014

L’ho saputo ieri mattina: mio nonno era morto la notte prima e io ero a Torino inerme. Ho guardato di corsa gli aerei ma nulla da fare: il primo (via Roma) arrivava a Lamezia Terme addirittura dopo l’orario del funerale. Quale peggiore conferma della mia teoria discussa in famiglia negli ultimi anni per cui più invecchiamo più sia opportuno io viva un po’ più vicino a casa.

Ho passato ore in catalessi ripensando a tutti i miei nonni e in particolare alla drammatica fine della mia nonna paterna. Adesso mi rimane solo la nonna materna, che purtroppo ha preso la strada opposta alla vecchietta ciarliera di Milano: lei sta zitta tutto il tempo e non è chiaro cosa pensi o senta. Difficilmente ci riconosce, ma non si può non volerle bene, così delicata.

Cresce sempre di più il grande senso di solitudine che ho iniziato a sentire quando avevo 18 anni e morì mio nonno paterno. Ogni volta che un pezzetto così importante della mia vita ci lascia un senso di impotenza mi assale e fa pensare a quanto vorrei spendere tutti i giorni che mi rimangono in famiglia, invece di vagare per il mondo contando i miei giorni solitari.

Rimane la sensazione di cui parlavo qualche mese fa di un vero e proprio passaggio di testimone in corso e sento in qualche modo la necessità di contribuire invece di sentirmi così inutile e svuotato. O forse è solo egocentrismo, necessità e volontà di avere un giorno anch’io un nipote che mi ami tanto come io ho amato i miei nonni, che soffra come sto soffrendo io.

Dieci impressioni a caldo dal mio ritorno in India

8 Gennaio 2014

Come avevo immaginato prima della partenza, non ho avuto la possibilità di aggiornare il blog direttamente in viaggio. Non solo la scioccamente costosa connessione Vodafone mi ha mollato in mezzo alla strada dopo poche ore dall’arrivo (letteralmente, visto che a Delhi cercavo di utilizzare lo smartphone come navigatore), ma non ho potuto utilizzare le connessioni Wi-fi a pagamento e/o gratuite perché richiedevano forme di autorizzazione via Sms probabilmente filtrate da Vodafone (grazie di nuovo).

Appunto così a posteriori durante il viaggio di ritorno, con l’iPad che ho inutilmente portato con me in giro per l’India, qualche spunto su quanto visto. Non tanto di tipo turistico, ma piuttosto sull’evoluzione della società indiana, specie in confronto con quanto visto durante il viaggio precedente, nel 2002. Non di tipo personale: avrei tanti pensieri da appuntare su quanto vissuto, ma ho bisogno di riflettere prima un po’ a mente fredda sul tornado attraversato e sui suoi possibili impatti sulla mia vita. Quella “vera”, non quella da viaggio.

  1. Tanta gente, ovunque, sempre

    Gli indiani residenti avevano superato il miliardo già molti anni fa. L’esplosione demografica fa sì che indipendentemente dal trovarsi in città o in campagna, in qualsiasi istante del giorno e della notte sia facile rendersi conto della quantità infinita di persone che vive (e fa rumore sigh) nel pur vasto subcontinente indiano. Soprattutto le metropoli ormai raccolgono decine di milioni di abitanti e questo comporta la necessità di costruire infrastrutture sempre più ampie. Infrastrutture che peraltro richiedono tante persone anche per essere gestite, soprattutto con l’approccio indiano in cui esempio in un aeroporto a qualsiasi ora c’è un omino in ogni bagno o un poliziotto a ogni varco interno ed esterno.

  2. Consumi in crescita, abitudini occidentali

    È vero che nell’esperienza precedente ero stato principalmente ad Auroville e Pondicherry mentre stavolta ho spostato l’attenzione su grandi città come Delhi e Bangalore; tuttavia un’evoluzione nei consumi salta agli occhi in maniera abbastanza evidente anche nelle piccole cose. Da un lato l’evoluzione è quella vista nei paesi in via di sviluppo, che solitamente hanno preso le abitudini occidentali e le hanno “ridimensionate” per adattarle ai contesti locali; dall’altro c’è l’auto-percezione di essere ormai una potenza di primo piano in settori strategici come l’hi-tech, che comporta la possibilità di adottare modelli di consumo anche più evoluti dei nostri.

  3. Polarizzazione crescente tra ricchi e poveri

    Ovviamente l’altra faccia della medaglia del punto precedente è che sta crescendo in maniera significativa la distanza tra gli indiani più poveri (non necessariamente abitanti in zone rurali, anzi) e quelli più ricchi, che di fatto ormai conducono una vita del tutto simile agli affluent occidentali. Fa fatica ad affermarsi la classe media, anche se è poi evidentemente quella che trascinerà i consumi alle stelle nei prossimi anni e verso cui tutti i fornitori stranieri guardano. Rimane un po’ il punto di domanda su come i più benestanti possano permettersi oggetti e servizi con tariffe degne della Gran Bretagna; una delle possibili risposte verificate sul campo è la significativa distanza tra chi riceve compensation in valuta locale e chi ha un contratto da expatriate.

  4. Rapporto incomprensibile con il denaro (e le tasse)

    In generale comunque la favoletta del “vai là e conduci una vita da re con pochi spicci” non regge più. In generale il rapporto col denaro è del tutto irrazionale, soprattutto a livello di setting dei prezzi e relativa percezione. Un quotidiano economico costa 3,5 rupie; un gelato 20 volte tanto. L’accesso ai monumenti costa 10 rupie agli Indiani e 250 (25 volte tanto) agli stranieri. A Delhi ho mangiato all’ufficio del turismo (il che è tutto dire, visto che un “vero” posto indiano sarebbe costato ancora meno) con una sessantina di rupie; nel lussuoso albergo di Bangalore mangiare le stesse cose comportava un prezzo venti volte superiore. Il fatto di avere una tassa specifica per beni e servizi di lusso (con una soglia relativamente bassa di cosa sia lusso) non aiuta la mobilità sociale, visto che solo i ricchi potranno permettersi tali beni e non chi vuole diventarlo, come avviene di solito nel modello evolutivo aspirazionale delle società.

  5. Senso della pulizia piuttosto bizzarro

    Che io abbia un po’ di fissazioni sull’igiene è cosa nota e ribadita più volte quaggiù; ho cercato di stare il più possibile razionale e anzi ho abbassato gli standard rispetto alle mie abitudini occidentali, a volte persino sorprendendomi. Ma guardare gli Indiani andare in giro a piedi nudi in giro e poi vederli appoggiarli sulle lenzuola candide oppure toccare qualsiasi cosa e poi mangiare con le mani è qualcosa che mi mette profondamente in difficoltà. Soprattutto se poi con il classico orgoglio indiano ti fanno notare che loro sì che sono puliti, non come noi occidentali. Su questo punto non troverò mai un accordo, sorry.

  6. Difficoltà nel trovare una lingua comune

    Aver vissuto un paio di giorni feriali a Bangalore a contatto con gente del posto mi ha fatto capire quanto sia difficile intavolare dei discorsi in cui le prime domande sono sempre del tipo “parli Xxx? O almeno capisci Yyy? Qualcosa di inglese?” ove Xxx magari è la lingua dello stato in cui avviene la conversazione o di origine di uno degli interlocutori e magari Yyy è l’hindi, che dovrebbe essere la lingua nazionale ma che sembra essere piuttosto boicottata al sud poiché ritenuta lingua “di quelli del nord”. Comunque alla fine un modo di comunicare si trova: magari qualche parola in Inglese approssimativo e passa la paura.

  7. Miglioramento nel rapporto con gli stranieri

    Il punto precedente però cozza con l’attitudine già rilevata ille tempore di alcuni indiani nel voler fregare a tutti i costi i turisti, immagino soprattutto quelli stranieri. I tassisti in particolare sono i principi della sòla, anche se in generale il livello di confort per uno straniero sembra aumentato. All’estremo opposto della gentaglia, infatti, è confermata la squisita cortesia dei professionisti, non solo di quelli impegnati direttamente nel settore turistico. Adoro gli Indiani, quelli intelligenti e buoni conosciuti in questi anni e anche quelli incrociati con una piccola gentilezza mentre mi offrivano un cerotto o mi regalavano un sorriso inaspettato. Ho viaggiato con China Airlines e le hostess erano piuttosto scortesi, nulla a che fare con le corrispettive indiane.

  8. Onnipresenza di Tata tra servizi e industria

    Di Tata gli Italiani avevano sentito parlare negli scorsi anni quando a un certo punto i giornali l’avevano presentata come un’allegra fabbrichetta di automobili che avrebbe fatto un salto di qualità grazie a un accordo industriale con Fiat. Tata invece è uno dei principali conglomerati indiani e copre praticamente qualsiasi attività, soprattutto quelle a valore aggiunto. Ho viaggiato ovviamente su auto Tata, ma ho anche utilizzato il Wi-fi di Tata Docomo, ho dormito in un Taj Hotel di proprietà Tata ma anche in un albergo Tata Ginger che offriva la pay TV Tata Sky, ho visto gli Starbucks Tata per strada e gli annunci di lavoro delle società di consulenza del gruppo Tata, che hanno dimensioni tali da far impallidire le principali multinazionali. È solo la prima di una lunga serie di società indiane che domineranno il mondo dominando i settori su cui ci illudiamo di poter ancora portare valore aggiunto.

  9. Ottimo cibo, ma davvero monotematico

    Rispetto alla dieta strettamente vegetariana dei tempi di Auroville (ricorderete l’emozione di aver assaggiato pollo e pesce una tantum), questa volta ho spaziato in lungo e largo. Tante verdure e un bel po’ di pollo, ma anche agnello e grazie alla cucina internazionale del Taj West End persino del manzo (penso) a colazione. Ho persino voluto provare la versione locale di KFC, ma tanto il risultato è sempre lo stesso: spicy in tutte le declinazioni. Che non vuol dire solo piccante, anche se è la nota dominante da colazione a cena; vuol dire mangiare sempre cibi molto saporiti o in alternativa insipidi da accompagnare con salse che però nemmeno a dirlo hanno lo stesso sapore dei cibi molto saporiti. In generale si mangia molto bene, ma manca la varietà.

  10. Ossessione per la sicurezza nei luoghi pubblici

    Il giro turistico di Delhi è stato interessante soprattutto per capire quanto le radici della cultura indiana non siano così drasticamente lontane da quella araba, anzi. Ma anche l’India di oggi mi ha fatto pensare a quell’area geografica, o quantomeno all’idea che ne abbiamo noi occidentali. Ogni posto pubblico è presidiato dalle probabilmente enormi forze armate indiane, che controllano l’accesso a ogni struttura, con scanner per borse sacchetti e cappotti, con appositi spazi dedicati alla perquisizione di donne e uomini. Un’angoscia terribile, ma anche una notevole perdita di tempo anche in piccole azioni quotidiane come prendere la metro. Detto questo, a volte rimane il sospetto che sia l’ennesimo modo di risolvere il punto 1 e piazzare più gente possibile a lavorare.