Improvvisamente, heavy user di Spotify

19 Ottobre 2019

Spotify l’avevo provato nel 2013: volevo provare ad ascoltare una canzone sul cellulare e avevo pensato che funzionasse maluccio, visto che le canzoni che mi venivano proposte erano random e poi dopo, eventualmente, seguite da quella cercata da me. Da allora sostanzialmente non avevo più utilizzato l’app e anche su desktop avevo giusto buttato un occhio distratto. Poi quello strampalatone di Liberato ha pubblicato il suo album praticamente solo là. Mi hanno incuriosito soprattutto i commenti di YouTube ai suoi video, che parlavano di canzoni “diverse”, sicuramente più complete, rispetto agli abbozzi sentiti soprattutto coi suoi rilasci di maggio 2019. Non avevo molte scelte: ho rispolverato l’app di Spotify e ho deciso di darle una seconda opportunità.

Complice anche un aumento considerevole dei GB sul cellulare aziendale, ho iniziato ad ascoltare il disco di Liberato con ‘sta benedetta “riproduzione casuale” su smartphone; poi più serenamente dall’app per Windows. Il disco mi è piaciuto e ho iniziato anche a capire meglio il meccanismo di funzionamento per chi non sottoscrive l’abbonamento “premium”. Sicuramente funziona meglio per ascoltare un disco che una singola canzone: è vero che i brani vengono intervallati da 1-2 pezzi di altri e da 1-2 spot, ma permette anche di fare scoperte interessanti, soprattutto in logica-Pollicinor. All’inizio ero abbastanza monotematico: settimane ad ascoltare solo il disco di Liberato (e i pezzi “suggeriti”) andando e venendo tra ufficio e casa, poi ho iniziato a utilizzarlo più a fondo.

Il passaggio più semplice è stato sperimentare i due artisti che avevo etichettato come “preferiti”: Casino Royale e Subsonica. Il risultato è stato grandioso, soprattutto per i primi: utilizzando 45°30′ 06.449” N 09°12′ 30.286” E in quanto unico sconosciuto, ho avuto la possibilità di spaziare per i vecchi dischi, riuscendo finalmente ad apprezzare questa benedetta “riproduzione casuale” in giro per la città (evidentemente l’algoritmo considera i Casino Royale un recinto a sé, visto che non propone mai canzoni di altri in mezzo). Qualche perplessità in più per i Subsonica, come avevo già avuto modo di scrivere; ma pare che usciranno presto con un altro disco e a questo punto sarà interessante utilizzare proprio Spotify per ascoltarlo in anteprima prima di acquistarlo.

Nelle ultime settimane mi sto sbizzarrendo con Spotify. Ho riscoperto gruppi della mia adolescenza come i Sud Sound System e i 99 Posse. Ho ascoltato dischi non ascoltati in precedenza di Ghemon, Battiato, Neffa, Motta, Agar Agar. Ho curiosato tra i dischi di Fulminacci, Jain, The Ting Things, Sofi Tukker, Sophie Ellis-Bextor. Ho ripercorso la carriera degli Offlaga Disco Pax e degli Aeroplanitaliani. Ora lo utilizzo come fonte per verificare le curiosità provenienti da stimoli esterni: un collega mi ha suggerito gli alt-J, una puntata di Glee mi ha incuriosito sul vecchissimo Rumours dei Fleetwood Mac, che Spotify propone in un’interminabile edizione “Super Deluxe”. Mi stanno venendo in mente album di cui avevo solo sentito parlare, da andare a “sperimentare”.

Il mio feedback su Spotify è dunque molto più positivo di un tempo. Vista anche l’annunciata dipartita di iTunes, lo ritengo oggi un buon metodo per ascoltare gli album non potendo accedere fisicamente alla mia raccolta di CD; per le singole canzoni ritengo migliore YouTube, anche se in tutti i modi cercano di farti passare la voglia di usarlo. Non uso mai le playlist automatiche, che ritengo debbano migliorare ancora molto: perché sì, mi piace Liberato, ma continuare a propormi ogni giorno 1-2 (!) playlist di musica neomelodica napoletana vuol dire non aver capito affatto i miei gusti. Eppure, dopo qualche mese di utilizzo e di scelte musicali per quanto eterogenee non così estreme, dal tanto decantato recommendation system mi sarei aspettato decisamente di più.

La valanga è iniziata

30 Settembre 2019

L’inizio della valanga è stato durante un pranzo estivo in famiglia. A un certo punto si è finiti a parlare di carriere e ho capito la reale percezione della mia: ci sono rimasto male, ma in fin dei conti era realistica. Non mi considero un fallito, ma aver visto nelle loro facce quell’espressione di “poteva andare meglio” mi ha segnato e fatto riflettere.

Il punto non è il fatto di fare carriera per compiacere i genitori o per soddisfazione personale. Chi ha letto nei lustri questo blog sa che la sensazione di essere finito per i casi della vita a fare un lavoro non mio è una sensazione di lungo periodo; gli studi diversi potrebbero dimostrarlo. Ma le piccole grandi soddisfazioni accumulate negli anni avevano aiutato.

Ora cosa mi rimane? Se il lavoro non offre prospettive di crescita, al di là del livello di retribuzione (tasse nel range massimo permettendo), ha ancora senso insistere? Perché devo passare le notti insonni a inseguire budget che nel migliore dei casi a fine anno mi faranno raggiungere qualche migliaio di Euro in più? Vedendo mia figlia mezz’ora al giorno?

Con questo animo oggi sono andato dal mio Executive Partner di riferimento e ho provato a capire che spazi ci sono nel Gruppo. Altrimenti, se la valanga avrà raggiunto dimensioni enormi nel giro di qualche mese, tanto vale dedicarmi alla vita rupestre piuttosto che fare lo stesso lavoro alla concorrenza. Anche questa esperienza è andata, rieccomi indietro di 3 anni e mezzo.

Finite le vacanze, si torna in Lombardia

25 Agosto 2019

Quest’anno le vacanze sono state rilassanti: il clima clemente in Calabria ci ha aiutato e seppure non abbiamo fatto alcun viaggio, conserverò buoni ricordi. Molti legati a Margherita, che inizia a essere grande abbastanza per interagire con tutti noi, compresa la cuginetta. Nei prossimi giorni torniamo in Lombardia: riprendiamo la vita a Pero mentre io mi avvio a chiudere il progetto a Bergamo. Poi probabilmente passerò un po’ di settimane in ufficio, a meno di improbabili nuovi progetti e di qualche trasferta a Reggio Emilia. Il solito tran tran, insomma.

La vita quotidiana, finalmente, mi regala serenità. Non attribuisco a “tran tran” un valore negativo: grazie soprattutto a Eva, è bello aver costruito una routine. Tuttavia, mi mancano disperatamente i miei genitori: sarebbe bello se fossero anche loro parte di questa quotidianità. Immagino che difficilmente loro si trasferiranno mai con noi. L’alternativa sarebbe che ci trasferissimo noi in Calabria: eppure queste settimane hanno dimostrato che non è tutto rosa e fiori. Il costo della vita, ad esempio, sembra addirittura più alto che a Milano e dintorni.

So che può sembrare strano, ma sto paragonando lo stesso tenore di vita, non i super-ricchi lombardi coi super-poveri calabresi. Gli alimentari, ad esempio, mi sono sembrati decisamente più cari. Quando l’ho fatto notare ai miei, la risposta è stata basata sul fatto che si stava parlando di prezzi rilevati in un paesino di montagna in una regione remota rispetto al resto d’Italia. Il che è probabilmente vero ma stride un po’ con la sensazione di uniformità di cui parlavo già diversi anni fa. Poi, certo, i costi degli affitti sono decisamente più bassi quaggiù.

Neutralizzando questo fattore economico, bisogna dire che entrambe le opzioni di vita includono pro e contro. Sono sempre più convinto della scelta di Pero, che offre una buona qualità della vita comparata a Milano; dall’altra parte è davvero difficile inserirsi in un contesto molto lontano, sia per me che per Eva, da quello in cui siamo stati sino ad ora. Quindi siamo sostanzialmente sempre soli; sarei curioso di scoprire se vivendo in Calabria potremmo essere più integrati o finiremmo per stare comunque tutto il tempo a casa dei miei genitori.

Dieci anni dopo l’incidente di Roma

16 Luglio 2019

Oggi festeggio 3 anni di matrimonio: è un bel traguardo, anche se la speranza è che solo il primo di molti altri trienni da passare insieme a Eva. Tra qualche giorno Margherita compie 2 anni e anche questo è un bel momento, che festeggerò coi miei, che le sono molto affezionati. Nei prossimi giorni peraltro dovrebbe nascere anche un cuginetto, il primo bebè maschio della nuova generazione che sta facendo ri-crescere la nostra famiglia allargata. Luglio, insomma è e sarà sempre più un mese di lieti eventi da celebrare.

E poi c’è “quella” data: il 16 luglio 2009, quando sono caduto per strada a Roma e ho rotto la testa dell’omero sinistro. Da quel momento il mio braccio e la spalla non sono più stati gli stessi: ancora oggi fatico a prendere pesi e soprattutto sento spesso dolore, anche solo provando a dormire sul fianco sinistro. Quel giorno avevo ricevuto la notizia dell’imminente promozione a Manager; avevo da pochi mesi compiuto 30 anni, così come ora posso dire di aver appena iniziato la decade successiva, ancora Senior Manager.

Più di una volta, negli anni successivi all’incidente, ho utilizzato questa data per un checkpoint sulla mia vita, personale e professionale. Nell’arco dei dieci anni ho vissuto qualche momento molto difficile, ma anche la grande rivoluzione dei 5 anni. Quindi il bilancio è positivo, soprattutto grazie alla mia nuova famiglia, che in quel “tragico” giorno non avrei potuto nemmeno sognare. Sì, la carriera è andata a farsi benedire ma tutto sommato va bene così, ora l’importante è trovare un nuovo equilibrio che ci faccia stare sereni.

Chissà se tra 10 anni sarò ancora qui, a fare un nuovo bilancio sulla fine della mia vita da quarantenne e sulle prospettive di un neo-cinquantenne. Chissà se Margherita avrà un fratellino o una sorellina o sarà una pre-adolescente un po’ solitaria. Chissà se Eva si sarà ambientata in Italia, se avrà imparato a parlare la nostra lingua. Chissà come staranno i miei genitori, sperando nel frattempo di aver passato più tempo possibile con loro. Voglio essere positivo: la giornataccia fu 10 anni fa, non oggi; non lo sarà di nuovo.

Quanto (poco) tempo speso con le persone amate

17 Giugno 2019

Qualche settimana fa diversi spettatori erano rimasti colpiti da Antonino Cannavacciuolo in lacrime in TV, incalzato da Mara Venier in merito alla sua figura di “padre assente” per i suoi 2 bambini. Il messaggio era quello già sentito in altre occasioni: hai tutto dalla vita, lascia più spesso il lavoro e spendi tempo con loro.

Questo senso di colpa immagino lo abbiamo un po’ tutti. Ieri con Eva e Margherita abbiamo fatto un salto a Como e in un parchetto giochi locale vedevo un sacco di papà e mamme sorridenti e felici di vedere i bimbi arrampicarsi e scivolare; sono sicuro che, tornando durante la settimana, troverei pochi (o nessuno) di loro.

Henrik Lindberg

ll data scientist Henrik Lindberg ha tracciato questa inquietante rappresentazione del tempo speso dagli statunitensi, che temo sia largamente applicabile anche a noialtri, anche se alcuni dati sono sottostimati (solo 4 ore al giorno coi colleghi?) e altri sovrastimati (nelle 4 ore al giorno coi figli si contano quelle di sonno?).

Vorrei provare a ribaltare un po’ di questi grafici, anche perché il tempo speso con gli amici è decisamente meno di quanto indicato e quello con il resto della famiglia, per colpa della distanza, è praticamente nullo. Ma servono interventi drastici: ora, forse per la prima volta in vita mia, li sto considerando davvero.